Una Camera Obscura a Pedali
Fotografia, Luce e Paesaggio come Atti di Relazione
C’è un fatto semplice e straordinario: la natura, nella sua sorprendente potenza, con la sola luce genera da sempre l’immagine del mondo — un atto primordiale, dell’universo e non nostro, che precede lo sguardo umano.
È questa la rivelazione, lo sconvolgimento da cui nasce il progetto.
La camera obscura e il foro stenopeico non producono questo evento quotidiano: permettono di assistervi. Non sono invenzioni complesse, ma dispositivi semplici — un foro, un ambiente buio — attraverso cui la realtà esterna entra e si proietta capovolta. Solo allora, incontrando il nostro sguardo, diventa anche una domanda: su come percepiamo, su come interpretiamo ciò che ci circonda.
Una Camera Obscura a Pedali nasce da qui, e da più di trent’anni di pratica del foro: una camera obscura abitabile, costruita a mano, trainata da una bicicletta. Quel foro oggi viaggia a pedali non per celebrare la storia, ma per riaccenderla negli incontri. Invita a esplorare non solo una tecnica fotografica, ma un modo di stare al mondo. Prepariamoci a guardare il mondo sottosopra, in un esercizio di disarmo dello sguardo che riscopre la bellezza dell’essenziale, accoglie la vulnerabilità come forza e mette in dialogo un gesto antico con le urgenze del presente. Restando aperti: trasformando, aprendo, scegliendo — se e quando accade.
La camera obscura non promette nulla e non chiede nulla. Esiste, e a volte appare. È già apparsa, in forme diverse.
Nel 2018 la prima camera pubblica aveva già viaggiato: progettata e montata in cartone riciclato nella sede di Electra aps Onlus – CLA ad Arezzo, insieme a Gli Sfocati di Arezzo, poi smontata, caricata su un pulmino e rimontata in Piazza Torre di Berta a Sansepolcro, nell’ambito del Pinhole Day, in collaborazione con Casermarcheologica. Nel 2021, a Monte Ginezzo, una camera obscura permanente è nata dentro un ex ricovero per fagiani destinati al ripopolamento venatorio, con il sostegno de La Fabbrica Del Sole e Off Grid Farming: un luogo costruito per la cattura e per la morte, abbandonato, che ora cattura soltanto luce. Il 17 maggio 2026, al Parco del Pionta di Arezzo, la camera si è mossa a pedali: la prima apparizione pubblica della camera itinerante. Non una dimostrazione perfetta — il montaggio, il peso, il controluce, la salita con il carrello, il foro da ricalibrare — ma una prova reale, in cui anche i limiti sono entrati nel processo.
Dalla restituzione di chi è entrato — raccolta qualche giorno dopo, quando la sensazione si era depositata — è arrivata una frase che tiene insieme il senso di questa ricerca:
“Quando esco tutto mi sembra più grande, più verde, più calmo, più reale. Anch’io più calma e più reale. Cammino.” — Annalisa Romizi
Questo testo è nato prima che la camera obscura apparisse pubblicamente, e oggi viene riletto alla luce di quelle apparizioni. La camera obscura funziona: non come promessa astratta, ma come esperienza già accaduta. Quello che segue non serve a dimostrarlo — prova a esporre, come fa il foro, lasciando che l’immagine si formi nel tempo di chi legge. Per questo, provo a rispondere a tre domande semplici, quelle che guidano ogni progetto quando diventa scoperta e viaggio:
Chi sono, e come la mia storia mi ha condotto a questa ricerca.
Che cosa faccio: porto un cinema naturale in viaggio, offrendo visioni e laboratori condivisi.
Perché lo faccio: per riattivare, oggi, la meraviglia e la responsabilità che nascono quando la luce diventa relazione.
Chi sono e come la mia storia mi ha condotto a questa ricerca
Mi chiamo Luca Baldassari, sono un fotografo e artista visivo. Il mio rapporto con la fotografia stenopeica ha radici profonde: oltre trent’anni fa, da adolescente, scoprii il potere del foro e della luce, e da allora la mia ricerca esplora il rapporto tra percezione e paesaggio attraverso questa tecnica — trasformare la luce in linguaggio, unendo arte, ecologia e pedagogia visiva in un’unica pratica.
Nel 2014 un viaggio in bicicletta fino a Capo Nord ha rafforzato una convinzione: la lentezza non è una rinuncia, ma un modo per assorbire il paesaggio con tutto il corpo; e il nomadismo non è fuga, ma una forma radicale di appartenenza — alle strade, alle persone, alla luce che ci lega. Queste intuizioni si sono intrecciate con la costruzione artigianale di macchine fotografiche, la creazione di camere oscure e la conduzione di laboratori. Da lì sono nate le esperienze già raccontate — la camera di cartone partita per Sansepolcro, la camera permanente di Monte Ginezzo, l’apparizione al Pionta: atti di fiducia e atti politici.
La camera obscura non inventa: rivela l’invisibile già presente nel paesaggio. Per me non è mai stata soltanto un dispositivo ottico, ma il luogo di due pratiche: politica, perché si oppone alla logica predatoria della “cattura” delle immagini, e poetica, perché accetta che la bellezza emerga dall’incontro tra la luce, i limiti del dispositivo e i nostri stessi limiti di percezione e di controllo. Dal loro intreccio è nato Una Camera Obscura a Pedali.
Che cosa faccio: porto un cinema naturale in viaggio, offrendo visioni e laboratori condivisi
Il cinema naturale itinerante
Il cuore del progetto è la camera obscura itinerante: un gazebo appositamente oscurato e trainato dalla bicicletta. Con questo cinema naturale facilito visioni e laboratori condivisi. Perché è bello vedere gli occhi delle persone che scoprono per la prima volta il mondo capovolto. C’è un momento — sempre lo stesso, sempre diverso — in cui chi entra nella camera obscura smette di parlare. Si ferma. Guarda. E poi, piano piano, inizia a sorridere. È un sorriso particolare, quello della meraviglia che si riaccende. Come se per un attimo tornassimo bambini.
Allestisco il gazebo; per chi vuole, una breve lettura introduce l’esperienza e prepara lo sguardo, oppure si inizia con un minuto di silenzio prima dell’ingresso: niente parole, solo un respiro profondo. Poi si entra: l’interno diventa un luogo insieme interiore e collettivo, dove l’immagine non si possiede, ma si attraversa. La camera obscura accoglie senza obblighi: c’è chi entra per pochi secondi, chi si siede a osservare, chi scatta. Non c’è nulla che si debba fare: offre solo uno spazio di visione e di sosta. Ognuno decide come attraversarla — in silenzio, con un sorriso, lasciando un segno o semplicemente passando oltre. L’esperienza non si misura, si vive.
Per chi lo desidera, l’incontro può proseguire fuori dalla tenda: all’uscita si può lasciare una parola, un simbolo o una linea su un cartoncino. Nel tempo, questi segni compongono una mappa emotiva del viaggio. Ma l’esperienza non si chiude all’uscita: come una lunga esposizione, continua a depositarsi nei giorni che seguono. A volte è da lì che arrivano le parole più vere. Qualche giorno dopo può arrivare una breve restituzione scritta — non per misurare l’esperienza, ma per darle il tempo di sedimentare.
L’incontro con i luoghi
Un aspetto fondamentale del mio fare è coinvolgere persone di ogni età e provenienza. Uso “comunità escluse” come parola di lavoro, non identitaria: contesti che il sistema dominante ha spinto ai margini o etichettato come “incolti” o “improduttivi” — un paese che resiste allo spopolamento, chi cura il paesaggio ogni giorno, chi vive il mondo con ritmi diversi. Mi avvicino come ospite, su invito e in co-progettazione: non per rappresentare, ma per stare con, quando c’è desiderio reciproco. Non arrivo da una posizione centrale o privilegiata: vengo anch’io da un percorso che si svolge ai margini.
Per questo, il primo contatto è un ascolto, non una proposta, e passa spesso da chi in quel luogo già vive e lavora — associazioni, operatori culturali, mediatori locali. La camera obscura non viene portata in un luogo: viene accolta. Se trovo una casa, trasformo una stanza in un luogo di visione condivisa, scambiando ospitalità con un ritratto.
Laboratori stenopeici
La cosa bella del foro stenopeico è che viene sempre qualcosa. Anche se tremi, anche se non hai mai toccato una macchina fotografica, anche se il vento muove la macchina proprio mentre scatti. L’imperfezione non è un errore, è una firma: il segno che quella foto l’hai fatta proprio tu, in quel momento, con quella luce. La camera obscura e il foro diventano così un pretesto per lavorare insieme, mescolando mani, idee e sorrisi, in un intreccio di gesti semplici che fanno comunità.
Conduco laboratori aperti ad adulti e bambini, nei luoghi che vogliono accogliermi — scuole, comunità rurali, quartieri urbani, in collaborazione con associazioni e istituzioni locali. Si dà forma a semplici macchine stenopeiche con scatole e barattoli, si creano fotogrammi posando oggetti sulla carta fotosensibile, si gioca con la luce. E c’è sempre quel momento in cui l’immagine appare nello sviluppo e si scopre, con stupore, che quasi sempre un’immagine prende forma. Quello che resta dopo la mia partenza non dipende da me: a volte è solo il ricordo di un pomeriggio, a volte una collaborazione che continua.
Affidamento comunitario
È già accaduto che una camera obscura nascesse da più mani: nel 2018, nella sede di Electra, una camera in cartone riciclato è stata progettata e montata insieme, prima di viaggiare verso la piazza di Sansepolcro. E a Monte Ginezzo una camera permanente abita un ex ricovero per fagiani da ripopolamento venatorio: un luogo costruito per la cattura, che ora cattura soltanto luce. L’affidamento comunitario prosegue quella strada.
La camera obscura viaggia con questa ricerca e con questa bicicletta — è compagna di strada, non proprietà. Se, nel tempo di una residenza, una comunità vuole trasformare l’incontro in qualcosa di più, la camera è a disposizione per tutta la durata: la usano, ci lavorano, la mettono alla prova — dalla passeggiata esplorativa per scegliere i luoghi da “capovolgere”, al trasloco condiviso, fino alla visione. Le immagini realizzate insieme sono firmate insieme: dalla comunità come coautrice e da me come facilitatore. La durata si calibra insieme — alcune ore concentrate o un appuntamento che ritorna — a seconda di chi c’è e di quanto si vuole approfondire.
L’obiettivo più profondo è che nasca una loro camera obscura: fissa, oscurando una stanza, o mobile, secondo la propria visione e le proprie possibilità. Non c’è un modello giusto: c’è la curiosità di capovolgere il mondo e guardarlo per la prima volta. Il lascito non è un oggetto: forse un metodo, una curiosità, la prova che basta poco per vedere diversamente.
Le tracce del viaggio
Il viaggio lascia tracce, e alcune hanno già una forma. Riprendo “cinque per uno“: chiedo alle persone di portarmi nei luoghi che sentono propri, e lì le ritraggo con il foro — il primo dono è il loro, un luogo rivelato. Spesso l’originale del ritratto resta a chi è ritratto, e a me una copia digitale: una traccia, non un possesso. Ogni ritratto è segnato #1, perché ogni incontro è irripetibile. È un gesto, non una regola.
Accanto alle immagini raccolgo suoni — una pratica che porto avanti da anni, in cui a una lunga esposizione corrisponde una lunga registrazione, e di due ore di ascolto resta un solo minuto. E piccoli oggetti, trovati lungo la strada o donati dalle persone incontrate. Se e quando queste tracce chiederanno una forma — un archivio, un’installazione, una proiezione notturna — la troveranno, e un nome c’è già: l’Archivio dell’Invisibile. Per ora sono il diario sensoriale del viaggio: cartoline sentimentali e sonore, più che documenti.
A chi è rivolto
Il progetto si rivolge a comunità e persone di ogni età e provenienza, con un approccio inclusivo e intergenerazionale.
• Scuole, università e centri educativi, dove la camera obscura diventa un laboratorio pratico e condiviso.
• Festival, musei e istituzioni culturali, interessati a ospitare esperienze partecipative e installazioni temporanee.
• Comunità locali – quartieri urbani, paesi rurali, luoghi marginalizzati – che desiderano riattivare spazi e relazioni attraverso pratiche collettive.
• Pubblico generico, famiglie, adulti, bambini e chiunque sia curioso di vedere diversamente e di partecipare a un gesto creativo semplice e accessibile.
Perché lo faccio: per riattivare, oggi, la meraviglia e la responsabilità che nascono quando la luce diventa relazione
La meraviglia come gesto sovversivo
Viviamo in un tempo in cui la relazione tra umano e non umano è spesso compromessa, se non interrotta. Abbiamo dimenticato che ogni elemento naturale — dall’albero alla roccia, dal vento alla luce — è già immerso in una rete di relazioni vitali che precede e supera la presenza umana. Nel tentativo di dominare e catturare, il nostro sguardo ha separato invece di unire.
La camera obscura permette di rivedere le mappe del reale attraverso piccoli fori che sono feritoie: aperture minime da cui la luce aiuta a mettere a fuoco zone d’ombra. È un invito a entrare nel buio, osservare il mondo ribaltato sul telo e lasciarsi stupire. In un tempo di cecità sistemica — vediamo sempre più immagini e sempre meno relazioni — entrare nel buio diventa un gesto politico minimo: sospendere la cattura, rallentare, lasciare che il mondo torni a formarci davanti. E proprio nell’incolto, nel selvatico e nel vulnerabile si apre uno sguardo non romantico ma sovversivo: riconoscere valore in ciò che il sistema produttivista definisce “improduttivo”. In questo gesto c’è anche una scelta di tempo: rallentare è un modo concreto di sottrarsi alla frenesia produttiva e di restituire attenzione a ciò che appare poco visibile.
L’atto filosofico radicale è uno: sostituire il paradigma della rappresentazione con quello della relazione. La luce non cattura: interroga. Cosa resta impresso, infatti, quando smettiamo di fotografare per possedere e iniziamo a osservare per entrare in relazione? Il progetto produce poche cose, e le lascia andare: ritratti che restano a chi è ritratto, immagini firmate insieme, camere obscure che diventano di chi le abita. Ciò che accumula sono incontri.
La vulnerabilità come metodo
La vulnerabilità è un principio del mio metodo e della mia pratica. Accetto tempi lunghi, errori e condizioni non controllabili: il foro non “mette a fuoco”, invita a mettere a fuoco noi. L’imperfezione — mosso, scie, sotto o sovraesposizioni — non è scarto ma traccia di una relazione: se il vento muove la macchina stenopeica, diventa “il ritratto del vento”; se la pioggia lascia segni sulla carta, “la firma della pioggia”. Spesso proprio da un errore nascono risate, intuizioni, nuove idee.
Si sbaglia insieme e si aggiusta insieme: anche la manutenzione a vista del gazebo è trasparenza condivisa, parte dell’esperienza. Porto con me un kit di sopravvivenza poetica: se il vento strappa il gazebo, lo riparo sul posto, con chi partecipa — nastro telato, ago, mani. È in questi momenti che spesso nascono le amicizie: aggiustando insieme qualcosa che si è rotto, si scopre che la bellezza può nascere dall’imperfezione.
Questo viaggio è anche resistenza politica: si nutre di un’economia di reciprocità, in cui ognuno contribuisce in base alle proprie possibilità, per rispondere ai bisogni di tutti, e ogni chilometro restituisce storie.
La bicicletta come dispositivo di pensiero
«Oltre una certa velocità, nessuno può guadagnare tempo senza costringere un altro a perderne», scrive Ivan Illich in Energy and Equity. Non è una questione di costo del viaggio: la velocità, quando diventa sistema, richiede infrastrutture pesanti, centralizzate, e produce bisogni che sembrano naturali solo perché sono stati indotti. La bicicletta restituisce alla persona il giusto rapporto tra energia e desiderio: non si avanza risparmiando fatica, ma spendendo la propria umanità. È il mezzo coerente con questa prospettiva capovolta: abbastanza lenta da restare in ascolto, leggera quanto basta per non schiacciare il paesaggio. E lo scatto stenopeico è il corrispettivo visivo di quel pedalare: un’immagine che chiede tempo di sosta, osservazione, lasciarsi attraversare. Bicicletta e fotografia condividono lo stesso respiro, la stessa attesa, la stessa cura.
La tecnologia scelta con cura
Il viaggio richiede anche un setup tecnico complesso: motore elettrico, pannelli solari, convertitori, archiviazione digitale. Questa tensione con il discorso sulla lentezza non è una contraddizione: è una scelta dichiarata. Non rifiuto la tecnologia: la scelgo con cura, la rendo visibile, la metto in relazione. La bici trasformata in e-bike non accelera il viaggio: lo rende possibile, con un peso che arriva a 180 kg. I pannelli solari non promettono autonomia totale: dichiarano la loro dipendenza dal sole e dalle prese offerte lungo la strada, barattando energia per un ritratto stenopeico. La dipendenza non è un limite da nascondere: nel momento in cui viene riconosciuta e condivisa, diventa relazione.
Nomadismo come radicamento dinamico
Questo progetto è anche un tentativo di abitare il mondo in altro modo: muoversi senza possedere, creare senza accumulare, produrre legami invece di oggetti. La camera obscura è una casa temporanea della visione, che si radica nel nomadismo come scelta.
Non fuga romantica né nostalgia del viaggio, ma una forma di radicamento dinamico: una risposta poetica e concreta a un sistema che privilegia proprietà, efficienza e accumulo, e una prova fragile, praticata, che si può creare arte, conoscenza e comunità senza estrarre, ma coltivando legami con i luoghi, con le persone, con la luce che ci lega.
Le forme della camera
Da questo radicamento dinamico discende una conseguenza concreta: la camera obscura non vive in una forma sola.
Può viaggiare intera — bici, carrello, camera già costruita: la forma piena del viaggio a pedali. Può viaggiare leggera: arrivo in bicicletta con strumenti, metodo e materiali essenziali, e la camera nasce sul posto con ciò che il luogo rende possibile — a volte basta il cartone. Può combinare treno e bicicletta, per allargare il raggio senza tradire il ritmo. E può radicarsi: costruita, abitata e custodita da una comunità, in affidamento al luogo — come a Monte Ginezzo.
La bicicletta resta il ritmo e la postura del progetto. La camera nasce dove trova humus, indipendentemente da come arriva. In tutte le forme il centro non cambia: una soglia di buio per guardare diversamente il paesaggio.
Una Camera Obscura a Pedali è un esercizio di sopravvivenza poetica: pedaliamo piano, entriamo nel buio, guardiamo il mondo capovolto e creiamo relazioni. Perché è proprio come esseri vulnerabili, lenti e imperfetti che impariamo a resistere.
Le radici storiche e filosofiche
La camera obscura è stata nei secoli un crocevia tra scienza e poesia. Nella Cina del V secolo a.C. i mohisti, intorno a Mozi, furono tra i primi a descrivere l’immagine capovolta che la luce forma passando da un foro in una stanza buia. Aristotele osservò che durante un’eclissi un foro quadrato proietta un’immagine circolare; Euclide fondò la geometria ottica. Nell’XI secolo, a Bassora, Ibn al-Haytham trasformò la camera obscura in un laboratorio, contribuendo alla nascita del metodo scientifico. Leonardo annotò nel Codice Atlantico: “Fa bucho in una carta et quella ponga al sole: vedrai li obietti colla loro figure infra la casa, ma capovolti.” Della Porta ne fece uno spettacolo naturale che stupiva studiosi e gente comune; Kepler le diede il nome che porta ancora, riconoscendo nell’immagine rovesciata sulla parete lo stesso evento che accade nell’occhio umano. E nel Novecento Paolo Gioli ha riattivato la valenza corporea e politica del foro: una “ferita-occhio primordiale che accoglie il mondo senza mediazioni meccaniche”. (Le fonti e le citazioni estese sono in appendice.)
Accanto a questa genealogia, il progetto riconosce risonanze contemporanee: le stanze capovolte di Abelardo Morell e Vera Lutter, le esposizioni lunghissime di Michael Wesely che rendono il tempo materia visibile, la camera obscura filmica di STENOP.ES, il cubo dalle pareti immaginarie di Pierre Sernet, dove sconosciuti condividono un tè dentro una soglia temporanea — lì il mondo guarda chi entra, qui chi entra riceve il mondo capovolto. E si riconosce nella “paesologia” di Franco Arminio — uno sguardo “a metà tra se stessi e le cose” — e nelle infrastrutture visibili di Low←Tech Magazine, dove il limite non è nascosto ma dichiarato.
Le tappe del viaggio non rievocano questa memoria: la interrogano. Cosa resta oggi di quelle intuizioni sulla luce? E cosa possiamo ancora imparare da un foro che capovolge il mondo?
Il viaggio
Il viaggio è la forma piena del progetto, non la condizione della sua esistenza. E porta dichiarata fin dall’inizio la propria regola: la rotta può ridursi, o cambiare scala, senza tradire il proprio senso.
Il percorso immaginato si articola in più anni, lungo direttrici che riattivano il pensiero storico della camera obscura:
• 2027: Italia – Inizierà dall’Italia per testare materiali e relazioni, costruendo una rete di sostenitori.
• 2028: L’attraversamento dell’Europa – Potrebbe proseguire attraverso l’Europa (Francia, Germania, Paesi Bassi, Grecia, Europa dell’Est) seguendo le direttrici EuroVelo ove possibile. In questa fase si potrebbe lavorare in luoghi simbolo di crisi ecologiche per far emergere le “voci non umane” del paesaggio.
• 2029: Asia occidentale, Cina e Giappone – Il viaggio vuole spingersi verso l’Asia occidentale (Turchia, Iran, Kuwait), fino in Cina (Shangqiu di Mozi, tra i primi riferimenti noti alla camera obscura) e infine in Giappone, dove la lentezza si fa pratica contemplativa.
Logistica – La bicicletta, una Surly Ogre, è la stessa che nel 2014 mi ha portato fino a Capo Nord, oggi equipaggiata con assistenza elettrica, un motore centrale Bafang BBS02, 250 W, e impianto solare. L’energia nasce da 2 pannelli da 130 W flessibili con MPPT che caricano una batteria 36 V 40 Ah che utilizza la bici e alimenta i led della camera obscura tramite convertitore DC-DC. Upgrade previsto: un inverter AC e una batteria più capiente se utile per attrezzature non-DC. I pannelli e la batteria forniscono copertura solo parziale sulle lunghe tratte. Quando il cielo è coperto, nei tunnel o dopo più giorni di pioggia mi affiderò alle prese messe a disposizione da chi incontrerò, barattando energia per un ritratto stenopeico.
Sostenibilità economica
Anche l’economia del progetto segue questa logica: non un’unica grande richiesta, ma passaggi distinti e un’economia di reciprocità. La prima raccolta, immediata, riguarda il sistema di trasporto che rende la camera itinerante; il grande viaggio ha una sua campagna successiva, lanciata più avanti. Accanto, donazioni continuative raccolte strada facendo, integrate da ospitalità, baratto e spese dirette. È lo stesso approccio che mi permise di raggiungere Capo Nord nel 2014: molte persone, cifre in base alle possibilità, ma costanza e trasparenza sui costi reali, pubblicati in un foglio consultabile online.
Prima di partire: il carrello giusto per il viaggio giusto
Il setup attuale — bici, gazebo, camera obscura, materiali e dotazione tecnica — può raggiungere i 150–180 kg. Il trailer che sto usando ora è l’unico carrello disponibile e, per le prove, sta funzionando: ha permesso di montare la camera obscura, verificarne il comportamento a scala reale e iniziare a capire peso, stabilità e ingombri.
Proprio perché sta funzionando come banco-prova, sta rendendo più chiaro il nodo tecnico successivo: distinguere ciò che può reggere apparizioni locali e piccoli test controllati da ciò che serve invece per una vera forma itinerante, con molti chilometri, salite, vento, fondi diversi e condizioni non sempre prevedibili.
Per questo il carrello non è più uno sviluppo secondario, ma il passaggio tecnico di adesso: la prima soglia da affrontare perché il progetto diventi davvero itinerante. Non si tratta di sostituire per principio ciò che già funziona, ma di capire quale struttura possa reggere il peso, restare stabile, proteggere il dispositivo e non ridurre il viaggio a una fatica ingestibile.
Le soluzioni attualmente in valutazione restano aperte: un carrello cargo professionale come Carla eCargo Maxi, un sistema tipo Donkey/eDonkey Trailer, oppure il TrudeTrailer / Welcome Werkstatt, rimorchio XXL open hardware basato su una struttura modulare in alluminio imbullonato, costruibile, modificabile e riparabile dentro una rete locale di officine, makerspace e competenze distribuite. La scelta dipenderà da preventivi, tempi, peso reale, stabilità, possibilità di elettrificazione, riparabilità e coerenza con il viaggio.
La flessibilità non è un piano B: è coerenza con la vulnerabilità scelta. Il carrello non è la condizione perché il progetto esista, ma è la condizione perché possa partire nella sua forma itinerante piena già dalla fase italiana: non solo muovere la camera obscura, ma portare con sé ciò che serve ai laboratori — carta, chimici, strumenti — insieme all’energia, alla documentazione e al necessario personale di chi viaggia.
Il sistema attuale mi permette brevi spostamenti controllati, anche nell’ordine di trenta o quaranta chilometri, ma solo scegliendo con cura percorso e carico. È un banco-prova prezioso, non ancora la forma piena del viaggio: per muovere la camera obscura insieme ai materiali di laboratorio, alla documentazione, all’energia e al necessario personale serve una struttura più sicura e capiente. Se la soglia carrello non verrà raggiunta, il progetto potrà continuare in scala più leggera — apparizioni locali, costruzioni sul posto, affidamenti comunitari — ma non partirà nella forma itinerante completa immaginata qui.
La prima soglia economica non è il viaggio lungo: è il sistema di trasporto. Il crowdfunding immediato non finanzia “il progetto” in generale: finanzia la possibilità della sua forma itinerante piena; il resto del progetto può continuare in forme più leggere, ma non equivalenti. L’economia si articola perciò su tre piani, distinti e non sovrapposti. Le cifre potranno essere aggiornate dopo i preventivi e le risposte ancora aperte.
1. La soglia carrello — il passaggio di adesso
La camera obscura è costruita, è stata provata a scala reale ed è già apparsa pubblicamente. Ora serve il sistema di trasporto che la renda davvero itinerante: è questa la prima campagna di sostegno, il passaggio concreto e verificabile che trasforma una camera obscura costruita in una camera obscura in viaggio. A oggi ho già investito nel progetto circa € 4.500: la richiesta non sostituisce questo impegno, lo rende continuabile.
La raccolta è costruita a soglie progressive: ogni soglia apre una configurazione possibile, non “tutto o niente”. I range sono indicativi, da confermare con i preventivi. Il miglioramento del carrello attuale, circa €400, resta manutenzione autofinanziata di banco-prova: non fa parte di questa raccolta.
| Soglia | Range indicativo | Cosa rende possibile |
| Minima | circa € 4.000–5.000 | Un carrello professionale d’ingresso, non elettrificato o elettrificabile in un secondo momento (CARLA Maxi meccanica, TrudeTrailer / Welcome Werkstatt o equivalente): permette di uscire dal banco-prova e affrontare la fase italiana con più stabilità, capienza e sicurezza. Non risolve ancora pienamente lo sforzo del peso sulle salite, ma costruisce una base reale per la forma itinerante. |
| Intermedia | circa € 5.500–7.000 | Una configurazione ibrida, elettrificata o pronta all’elettrificazione — per esempio un Donkey L3 a tre ruote — con assistenza al traino: freni, assetto, batteria, predisposizione per pannelli e adattamenti con officine. Riduce lo sforzo del peso e rende più praticabile la fase italiana, soprattutto su percorsi non pianeggianti. |
| Piena | circa € 8.000–10.000 | La forma itinerante piena: un carrello cargo completo ed elettrificato (eCARLA Maxi o equivalente), capace di sostenere camera, materiali di laboratorio, energia, documentazione e autonomia personale anche nelle condizioni morfologiche dell’Italia — salite, dislivelli, fondi variabili. |
2. Avvio — Italia 2027
L’Italia 2027 può essere pensata in due scenari: se la soglia carrello sarà raggiunta, sarà il primo test della forma itinerante piena; se non lo sarà, potrà comunque diventare una fase ridotta di apparizioni locali, piccoli spostamenti controllati e verifica del metodo. In quel caso non sarà ancora il viaggio pieno, ma una scala preparatoria coerente con il progetto.
| Voce | Costo indicativo | Copertura / note |
| Upgrade bici e manutenzione | € 500 | autofinanziamento |
| Gazebo / oscuramento / camera interna | € 1.180 | già in parte sostenuto / autofinanziamento |
| Manutenzione carrello attuale | € 400 | utile solo per banco-prova e piccoli spostamenti |
| Energia / pannelli / batteria / impianto | € 1.800 | autonomia parziale, road-test |
| Materiali laboratorio pilota | € 500 | carta, chimici, strumenti minimi |
| Fondo piccole riparazioni | € 300 | emergenze tecniche |
| Cibo e generi alimentari | € 450–750 / mese | riducibile con ospitalità, baratto e pasti condivisi |
| Totale avvio tecnico (senza carrello professionale) | circa € 4.700 | scala ridotta / banco-prova |
| Totale 30 giorni con vitto | circa € 5.100–5.400 | avvio leggero |
| Totale 60 giorni con vitto | circa € 5.600–6.200 | avvio leggero esteso |
Questi costi non includono la soglia carrello professionale.
3. Grande viaggio — 2028–29
Una fase e una campagna successive, dopo la soglia carrello e da non mescolare con essa: si prepara quando il sistema di trasporto sarà stabile e il calendario del viaggio più definito. Qui il carrello non è più una voce da acquistare, solo manutenzione e ricambi.
| Voce | Scenario A: 18 mesi | Scenario B: 24 mesi | Copertura / note |
| Visti, permessi, dogane extra-UE | € 3.500 | € 4.500 | crowdfunding viaggio |
| Tragitti lunghi | € 1.200 | € 2.000 | traghetti + eventuale cargo bici |
| Manutenzione, ricambi e upgrade carrello | € 1.000 | € 1.500 | donazioni, sponsor tecnica |
| Pannelli solari aggiuntivi / ampliamento batterie | € 500 | € 1.000 | sponsor in-kind, crowdfunding |
| Materiali workshop | € 2.000 | € 2.500 | sponsor pellicole + crowdfunding |
| Alloggi d’emergenza | € 3.000 | € 4.500 | baratto ospitalità riduce costo reale |
| Assicurazioni globali + RC | € 800 | € 1.000 | crowdfunding viaggio |
| Comunicazione estesa | € 800 | € 1.200 | hosting, SIM, cloud |
| Fondo emergenze | € 2.000 | € 3.000 | autofinanziamento + donazioni |
| Cibo e generi alimentari | € 9.705–17.675 | € 10.950–18.250 | €15–€25/giorno; ospitalità/baratto riducono il costo effettivo |
| TOTALE | € 24.505–32.475 | € 32.150–39.450 | base tabellare + cibo |
Schema di copertura
Reciprocità
Il progetto vive di economie del legame: nei contesti comunitari adotto il contributo libero o il baratto — ospitalità, pasti, energia, servizi; per scuole, festival e istituzioni propongo compensi professionali o co-produzione. Comunicherò sempre cosa porto io e cosa chiedo, in modo semplice e verificabile. Più che una tabella di raccolta fondi, è l’ecologia economica del progetto: ogni fonte serve a una cosa precisa, in un tempo preciso.
| Fonte | Peso indicativo | A cosa serve | Quando |
| Campagna carrello | quota principale, ora | sistema di trasporto per la forma itinerante piena | ora |
| Autofinanziamento | base già attiva | prove, materiali già acquistati, manutenzione, avvio leggero | già in corso |
| Donazioni lungo il percorso | circa 15–20% | vitto, piccole spese, continuità quotidiana | durante il viaggio |
| Ospitalità / baratto | risparmio reale, non solo economico | pasti, energia, luoghi, supporto locale | durante le tappe |
| Campagna viaggio | principale per la fase lunga | visti, tragitti lunghi, assicurazioni, materiali estesi | fase successiva |
| Partnership tecniche | circa 5–10% / in-kind | componenti, pellicole/carta, energia, riparazioni | quando emergono relazioni coerenti |
Trasparenza
Tutte le spese reali saranno tracciate in un foglio Google pubblico: chi partecipa vede dove va ogni euro. Se le entrate superano la stima prudente, l’eccedenza potrebbe finanziare micro-borse per workshop gratuiti.
Dopo le pedalate
Il viaggio continuerà oltre l’ultima tappa nelle tracce che lascia: immagini, suoni, parole, oggetti, segni delle comunità attraversate. Se e quando chiederanno una forma, i semi hanno già un nome: l’Archivio dell’Invisibile, una fanzine o un libro di viaggio, una mostra itinerante, un piccolo manuale aperto per chi vorrà costruire una propria camera obscura. Non per fissare il progetto in un formato definitivo, ma per lasciare che continui a muoversi anche dopo le pedalate.
Come partecipare
Una Camera Obscura a Pedali vive grazie alle persone, alle comunità e alle istituzioni che scelgono di attraversarla, sostenerla o ospitarla. Non porta risposte, ma feritoie: piccoli fori attraverso cui la luce aiuta a rivedere le mappe del reale.
Ecco alcuni modi per partecipare al progetto:
• Ospita la camera obscura – apri la tua casa, la tua scuola o il tuo quartiere a un luogo di visione condivisa
• Costruisci uno sguardo – partecipa ai workshop e costruisci il tuo occhio stenopeico
• Sostieni il viaggio – con una donazione, un contributo libero o una partnership che aiutino il progetto a muoversi
• Diventa partner – istituzioni culturali ed educative possono co-produrre tappe, mostre, archivi e laboratori
• Condividi l’ospitalità – un pasto, un letto: gesti di reciprocità che alimentano il cammino
Ogni gesto conta, perché la luce è un bene comune e la meraviglia un diritto.
#LightWithoutBorders #CameraObscuraAPedali #LentePresenze
Come scrive Franco Arminio: “La si può esportare, la paesologia? Sperimentarla nei supermercati, nei quartieri di una capitale? Forse no, il paesaggio principale sarebbe la gente che insegue il tempo o chissà cosa, sarebbe complicato. O forse sì, perché la paesologia è anche un modo di guardare il mondo, stando a metà tra se stessi e le cose, e capire che non c’è una meta da raggiungere.”
Questa citazione mi risuona profondamente: il viaggio è un modo per custodire paesaggi — fisici e interiori — e per ricordare che, in un’epoca dominata da schermi e frenesia, c’è ancora chi sceglie di rallentare, di osservare il mondo attraverso un foro, aspettando che la luce ne riveli lentamente l’essenza. E forse, in quel foro che lascia entrare il mondo, possiamo scoprire che non è la luce ad attraversarci, ma siamo noi a diventare parte della sua traiettoria.
Appendice — Le radici: fonti e citazioni estese
Nota — Le formulazioni che seguono sono citazioni dirette solo dove indicato; negli altri casi sono parafrasi basate su testi storici e traduzioni accademiche, adattate per chiarezza divulgativa.
Mozi (V sec. a.C., Shangqiu, Cina) — Parafrasi da Mo Jing, Libro IV, sez. ottica: “L’ombra si forma quando la luce è ostacolata. Se la luce passa da un foro in una stanza buia, l’immagine esterna appare capovolta.” I mohisti furono tra i primi a descrivere dettagliatamente questo fenomeno.
Aristotele ed Euclide (IV–III sec. a.C., Atene, Grecia) — Aristotele (Problemata, XV.11) osservò che durante un’eclissi solare, la luce passando per un foro quadrato proiettava un’immagine circolare. Euclide, con gli Elementi dell’ottica (ca. 300 a.C.), fondò la geometria ottica, ponendo le basi per gli studi successivi, pur senza citare direttamente la camera obscura.
Ibn al-Haytham / Alhazen (XI sec., Bassora, Iraq) — Dal Kitāb al-Manāẓir (VII.15), trad. A.I. Sabra (The Optics of Ibn al-Haytham, 1989): “Se la luce del sole entra in una stanza buia attraverso un foro, si forma un’immagine rovesciata sulla parete opposta. Ciò dimostra che la visione avviene per raggi luminosi che entrano nell’occhio.” Alhazen trasformò la camera obscura in un vero laboratorio ottico, contribuendo alla nascita del metodo scientifico.
Leonardo da Vinci (ca. 1490–1515, Firenze, Italia) — Dal Codice Atlantico (f. 337v): “Fa bucho in una carta et quella ponga al sole: vedrai li obietti colla loro figure infra la casa, ma capovolti.” Leonardo usò il principio della camera obscura per studi anatomici e prospettici, rivoluzionando la rappresentazione dello spazio.
Giambattista della Porta (XVI secolo, Vico Equense, Italia) — Nel suo libro Magia Naturalis (1558), della Porta rese popolare l’uso della camera obscura non solo come strumento per la ricerca scientifica, ma anche come dispositivo per aiutare gli artisti a disegnare e dipingere. Descrisse come, oscurando una stanza e praticando una piccola apertura, le immagini del mondo esterno potessero essere proiettate su uno schermo, creando un vero e proprio spettacolo naturale che stupiva sia gli studiosi che la gente comune.
Johannes Kepler (1604, Linz e Praga — Impero asburgico) — Dal Ad Vitellionem Paralipomena (Cap. V): “Imago inversa in pariete apparet, sicut in oculo humano” — (L’immagine appare rovesciata sulla parete, proprio come nell’occhio umano). Coniò il termine “camera obscura”, spiegò l’inversione retinica e progettò camere portatili con lente.
Paolo Gioli (Polesine, Italia; pratiche stenopeiche 1970–2020) — Parafrasi da La fotografia senza macchina (2012) e interviste: “Una ferita-occhio primordiale che accoglie il mondo senza mediazioni meccaniche.” La sua pratica ha riattivato la valenza politica e corporea del foro stenopeico, trasformandolo in un gesto radicale.
Altre tradizioni della visione — Accanto a questi riferimenti più direttamente legati alla camera obscura, si possono intravedere anche linee laterali nella storia del pensiero sulla visione. Nel pensiero indiano, alcune scuole filosofiche come Nyaya e Vaisheshika hanno interrogato la percezione come relazione tra organi di senso, mente e mondo; nella Russia del XVIII secolo, Mikhail Lomonosov ha lavorato sull’origine della luce e sulla teoria dei colori. Non sono genealogie dirette del dispositivo, ma tracce che ricordano come la luce sia stata, in culture diverse, un modo per pensare il rapporto tra mondo e sguardo.