Una Camera Obscura a Pedali
Fotografia, Luce e Paesaggio come Atti di Relazione
C’è un fatto semplice e straordinario: la natura, nella sua sorprendente potenza, con la sola luce genera da sempre l’immagine del mondo – atto primordiale che precede lo sguardo umano.
È questa la rivelazione, lo sconvolgimento, il cuore del progetto.
La camera obscura e il foro stenopeico ci permettono di assistere a questo evento quotidiano; non sono invenzioni complesse, ma semplici dispositivi. Attraverso un foro, in un ambiente buio, la realtà esterna si proietta capovolta e, incontrando il nostro sguardo, diventa metafora del modo in cui percepiamo e interpretiamo ciò che ci circonda. Queste ‘cerniere’ tra scienza e poesia, dalle osservazioni di Mozi sulla luce alle sperimentazioni stenopeiche di Paolo Gioli, hanno intrecciato un filo luminoso attraverso epoche, culture e spazi. Con questo stesso principio ho trasformato un gazebo in una camera obscura itinerante e quel foro viaggia in bicicletta, non per celebrare la storia, ma per riaccenderla negli incontri.
Una Camera Obscura a Pedali invita a esplorare non solo una tecnica fotografica, ma un modo di stare al mondo. Prepariamoci a guardare il mondo sottosopra, in un esercizio di disarmo dello sguardo che riscopre la bellezza dell’essenziale, accoglie la vulnerabilità come forza e mette in dialogo un gesto antico con le urgenze del presente. Restando aperti: trasformando, aprendo, scegliendo — se e quando accade.
Il 17 maggio 2026, al Parco del Pionta di Arezzo, la camera obscura ha funzionato per la prima volta in pubblico. Non è stata una dimostrazione perfetta, ma una prova reale: il montaggio, il peso, il controluce, la salita con il carrello, il foro da ricalibrare. Tutto ciò che poteva sembrare un limite è entrato nel processo, mostrando che il progetto non nasce da un’idea astratta, ma da un dispositivo che si misura con il corpo, con il luogo e con le persone.
Dalla restituzione di chi è entrato è arrivata una frase che tiene insieme il senso di questa ricerca:
“Quando esco tutto mi sembra più grande, più verde, più calmo, più reale. Anch’io più calma e più reale. Cammino.” — Annalisa Romizi
Questo testo è stato scritto prima di qualsiasi riferimento teorico. La camera obscura funziona. Quello che segue serve a capire perché, non a dimostrarlo.
Per questo, provo a rispondere in modo chiaro e diretto alle domande fondamentali che guidano la scoperta e il viaggio:
Chi sono:e come la mia storia mi ha condotto a questa ricerca.
Che cosa faccio: porto un cinema naturale in viaggio, offrendo visioni e laboratori condivisi.
Perché lo faccio: per riattivare, oggi, la meraviglia e la responsabilità che nascono quando la luce diventa relazione.
Chi sono e come la mia storia mi ha condotto a questa ricerca
Mi chiamo Luca Baldassari, sono un fotografo e artista visivo. Il mio rapporto con la fotografia stenopeica ha radici profonde: oltre trent’anni fa, da adolescente, scoprii il potere del foro e della luce e, da allora, la mia ricerca si concentra sull’esplorare il rapporto tra percezione e paesaggio attraverso questa tecnica. Per me, si tratta di trasformare la luce in linguaggio unendo così arte, ecologia e pedagogia visiva in una pratica unica.
Il mio percorso è radicato in esperienze che hanno plasmato questa visione. Nel 2014, un viaggio in bicicletta fino a Capo Nord ha rafforzato la mia convinzione che la lentezza non è una rinuncia, ma un modo per assorbire il paesaggio con tutto il corpo; e che il nomadismo non è fuga, ma una forma radicale di appartenenza — alle strade, alle persone, alla luce che ci lega. Queste intuizioni si sono fuse con la mia passione per la costruzione artigianale di macchine fotografiche, la creazione di camere oscure e la guida di laboratori.
Questa ricerca è cresciuta attraverso esperienze che sono state “atti di fiducia” e “atti politici”. Ricordo in particolare il Pinhole Day del 2018 a Sansepolcro, quando, in collaborazione con l’associazione Electra aps Onlus – CLA, Gli Sfocati di Arezzo e Caserma Archeologica di Sansepolcro, ho trasformato degli scatoloni riciclati in una camera obscura pubblica. Poi, nel 2021, a Monte Ginezzo, ho creato una camera obscura permanente grazie al sostegno de La Fabbrica Del Sole e Off Grid Farming. Quel luogo è divenuto un simbolo di rigenerazione, mostrandomi come la luce possa trasformare un luogo abbandonato in scoperta.
La camera obscura non inventa, ma rivela l’invisibile già presente nel paesaggio.
Per me non è mai stata soltanto un dispositivo ottico, ma un luogo di due pratiche: politica, perché si oppone alla logica predatoria della “cattura” delle immagini, e poetica, perché accetta che la bellezza emerga dall’incontro tra la luce, i limiti del dispositivo e i nostri stessi limiti di percezione e di controllo. Dal loro intreccio è nato Una Camera Obscura a Pedali.
Che cosa faccio: porto un cinema naturale in viaggio, offrendo visioni e laboratori condivisi
Il cinema naturale itinerante
Il cuore del progetto è la camera obscura itinerante: un gazebo appositamente oscurato e trainato dalla bicicletta. Con questo cinema naturale facilito visioni e laboratori condivisi. Perché è bello vedere gli occhi delle persone che scoprono per la prima volta il mondo capovolto. C’è un momento – sempre lo stesso, sempre diverso – in cui chi entra nella camera obscura smette di parlare. Si ferma. Guarda. E poi, piano piano, inizia a sorridere. È un sorriso particolare, quello della meraviglia che si riaccende. Come se per un attimo tornassimo bambini.
Allestisco il gazebo, per chi vuole, una breve lettura introduce l’esperienza e prepara lo sguardo; oppure si può iniziare con un minuto di silenzio prima dell’ingresso: niente parole, solo un respiro profondo, un gesto universale che ci allinea; poi si entra nella camera obscura: l’interno diventa un luogo insieme interiore e collettivo, dove l’immagine non si possiede, ma si attraversa. La camera obscura accoglie senza obblighi: c’è chi entra per pochi secondi, chi si siede a osservare, chi scatta, e tutti possono sperimentare la bellezza di vedere il mondo sotto una nuova luce. Non c’è nulla che si debba fare: la camera obscura non richiede impegni né risultati, offre solo uno spazio di visione e di sosta. Ognuno decide come attraversarla — in silenzio, con un sorriso, lasciando un segno o semplicemente passando oltre. L’esperienza non si misura, si vive.
Per chi lo desidera, l’incontro può proseguire anche fuori dalla tenda: all’uscita si può lasciare una parola, un simbolo o una linea su un cartoncino, costruendo nel tempo una mappa emotiva del viaggio. Una settimana dopo, a chi lo desidera, potrei inviare un breve questionario facoltativo: non un compito, ma un’occasione per custodire e condividere pensieri e sensazioni che restano nel tempo, oltre l’impatto immediato.
Così la teoria diventa pratica condivisa.
Un aspetto fondamentale del mio fare è coinvolgere persone di ogni età e provenienza, con un approccio inclusivo e intergenerazionale. Uso “comunità escluse” come parola di lavoro, non identitaria, per indicare contesti che il sistema dominante ha spinto ai margini o talvolta etichettato come “incolti” o “improduttivi”: comunità rurali che resistono allo spopolamento; giovani fuori dai percorsi convenzionali; migranti; anziani non digitalizzati che custodiscono memorie tattili; chi cura il paesaggio quotidianamente; persone con disabilità che vivono il mondo con ritmi diversi. Mi avvicino come ospite — su invito e in co-progettazione — non per rappresentare ma per stare con quando c’è desiderio reciproco. Non arrivo da una posizione centrale o privilegiata: vengo da un percorso che si svolge ai margini. È un incontro tra esperienze: ci si ascolta, ci si riconosce, si costruisce insieme.
L’avvicinamento passa spesso attraverso mediatori locali — associazioni, operatori culturali, persone che già lavorano in quel contesto. Cerco di non arrivare mai a freddo: il primo contatto è un ascolto, non una proposta. La camera obscura non viene semplicemente portata in un luogo: viene accolta da chi in quel luogo vive e lavora.
Apriamo spazi in cui lo sguardo si faccia incontro e non giudizio. Se trovo una casa, trasformo una stanza in un luogo di visione condivisa, scambiando ospitalità con un ritratto.
Laboratori stenopeici
La cosa bella del foro stenopeico è che viene sempre qualcosa. Anche se tremi, anche se non hai mai toccato una macchina fotografica, anche se il vento muove la macchina proprio mentre scatti. L’imperfezione non è un errore, è una firma: il segno che quella foto l’hai fatta proprio tu, in quel momento, con quella luce. La camera obscura e il foro diventano così un pretesto per lavorare insieme, mescolando mani, idee e sorrisi, in un intreccio di gesti semplici che fanno comunità. Questo approccio non solo valorizza le singole persone, ma può contribuire a rafforzare il tessuto sociale locale, generando occasioni di collaborazione durature anche dopo la mia partenza. Le comunità ospitanti diventano così parte attiva del progetto, capaci di proseguirne lo spirito in autonomia.
È anche un laboratorio di scoperta: si costruisce, si sperimenta, si ride insieme, e ogni immagine è una sorpresa — anche quando non è “perfetta”. È un gioco, che ha le sue regole, ma accoglie la spontaneità e il piacere di fare insieme. Per questo vorrei organizzare workshop aperti ad adulti e bambini, collaborando con associazioni culturali e istituzioni locali, nei luoghi che vorranno accogliermi — scuole, comunità rurali, quartieri urbani. Questi laboratori sono puro divertimento costruttivo: si dà forma a semplici macchine stenopeiche con scatole e barattoli, si creano fotogrammi mettendo oggetti direttamente sulla carta fotosensibile, si esplorano tecniche analogiche e si gioca con la luce. E poi c’è sempre quel momento magico quando l’immagine appare nello sviluppo e si scopre, con stupore, come quasi sempre un’immagine prende forma.
Affidamento comunitario
Un aspetto chiave è l’affidamento comunitario. La camera obscura viaggia con questa ricerca e con questa bicicletta — è compagna di strada, non proprietà. Il tempo dedicato all’incontro è tempo di affidamento: si condivide esperienza, dispositivo, presenza. Non si deposita qualcosa e si va via — si sta insieme a uno strumento che trasforma la luce in incontro. Se, nel periodo della residenza, una comunità vuole trasformare l’incontro in qualcosa di più concreto, la camera obscura è a disposizione per tutta la durata: la usano, ci lavorano, la mettono alla prova — dalla Passeggiata esplorativa per scegliere i luoghi da “capovolgere” al Trasloco condiviso fino alla Visione — trasformandola da strumento che arriva con il viaggio a dispositivo che la comunità usa per mostrare (e mostrarsi) un modo diverso di vedere il proprio paesaggio. Le immagini realizzate insieme durante la residenza sono firmate insieme: dalla comunità come coautrice e da me come facilitatore.
L’obiettivo più profondo è che nasca una loro camera obscura.
Sarebbe bellissimo se, a partire da questa esperienza, una comunità decidesse di costruire una propria camera obscura — fissa, oscurando una stanza come fa Vera Lutter, oppure mobile, secondo la propria visione e le proprie possibilità. Non c’è un modello giusto: c’è solo la curiosità di capovolgere il mondo e guardarlo per la prima volta.
Il lascito non è un oggetto: è un metodo, una curiosità, la prova che basta poco per vedere diversamente.
Le residenze potrebbero includere un percorso di formazione pratica. La durata si adatterebbe alle esigenze della comunità — può essere un incontro concentrato di alcune ore o un appuntamento ripetuto nel tempo. Non c’è un formato fisso: si calibra insieme, a seconda di chi c’è, di quanto tempo si ha, di quanto si vuole approfondire.
Cinque per uno: cartoline sentimentali e sonore
Oltre alle immagini capovolte, il viaggio è anche un diario sensoriale. Riprendo il progetto “cinque per uno”, ritraendo persone nei loro luoghi significativi con la tecnica stenopeica per creare “cartoline sentimentali” che narrano un dialogo intimo tra individuo e territorio. Registrerò suoni — risate, fruscii, voci di mercato — che diventeranno “cartoline sonore”. Nel mio percorso di mappatura dei luoghi raccolgo e conservo piccoli oggetti trovati lungo il viaggio o condivisi dalle persone incontrate: elementi spesso effimeri e casuali, ma capaci di raccontare storie e sorprese del paesaggio. I frammenti potrebbero confluire in un’installazione: un tavolo da esplorare e una proiezione notturna dove immagini e suoni dialogano, invitando chi lo desidera a scrivere una cartolina per lasciare un dono a chi verrà dopo. Questo insieme di tracce potrebbe costituire l’Archivio dell’Invisibile: una memoria condivisa dei territori attraversati e degli spazi quotidiani, insieme a quei luoghi marginalizzati o dimenticati che riaffiorano nello sguardo di chi si ferma ad ascoltarli.
A chi è rivolto
Il progetto si rivolge a comunità e persone di ogni età e provenienza, con un approccio inclusivo e intergenerazionale.
- Scuole, università e centri educativi, dove la camera obscura diventa un laboratorio pratico e condiviso.
- Festival, musei e istituzioni culturali, interessati a ospitare esperienze partecipative e installazioni temporanee.
- Comunità locali – quartieri urbani, paesi rurali, luoghi marginalizzati – che desiderano riattivare spazi e relazioni attraverso pratiche collettive.
- Pubblico generico, famiglie, adulti, bambini e chiunque sia curioso di vedere diversamente e di partecipare a un gesto creativo semplice e accessibile.
Perché lo faccio: per riattivare, oggi, la meraviglia e la responsabilità che nascono quando la luce diventa relazione
La meraviglia come gesto sovversivo
Viviamo in un tempo in cui la relazione tra umano e non umano è spesso compromessa, se non interrotta. Abbiamo dimenticato che ogni elemento naturale — dall’albero alla roccia, dal vento alla luce — è già immerso in una rete di relazioni vitali che precede e supera la presenza umana. Nel tentativo di dominare e catturare, il nostro sguardo ha separato invece di unire.
Questo viaggio non è un’avventura, ma un invito a entrare nel buio della tenda, osservare il mondo ribaltato sul telo e lasciarsi stupire dalla luce che trasforma il reale. La camera obscura ci consente di rivedere le mappe del reale attraverso piccoli fori che sono vere e proprie feritoie, aiutandoci a mettere a fuoco zone d’ombra e a rigenerare il dialogo con l’ambiente attraverso una pratica del guardare non invasiva. In questo senso, è proprio nell’incolto, nel selvatico e nel vulnerabile che si apre uno sguardo non romantico, ma sovversivo: riconoscere valore in ciò che il sistema produttivista definisce “improduttivo”.
In questo gesto c’è anche una scelta di tempo: rallentare diventa un modo concreto di sottrarsi alla frenesia produttiva e di restituire valore a ciò che appare poco visibile. È un atto filosofico radicale: sostituire il paradigma della rappresentazione con quello della relazione. È un gesto collettivo di risveglio che ci spinge a sostare e ampliare la visione. Il mondo non va catturato, ma incontrato, e la luce stessa, non solo fisica, si rivela un ponte tra umano e non umano, tra ciò che vediamo e ciò che sentiamo. Questa pratica restituisce dignità all’incolto, al fragile e al non addomesticato, rivelando proprio lì il potenziale del meraviglioso. La luce non cattura: interroga, trasformando la fotografia in un atto di presenza e passaggio dal possesso alla partecipazione, in uno strumento per modificare la nostra postura. Cosa resta impresso, infatti, quando smettiamo di fotografare per possedere e iniziamo a osservare per entrare in relazione? Le attività del progetto non vogliono produrre oggetti, ma generare incontri tra storia e presente, tra sguardo e paesaggio, tra corpi e luce.
La vulnerabilità come metodo
La vulnerabilità è un principio del mio metodo e della mia pratica. Accetto tempi lunghi, errori e condizioni non controllabili: il foro non “mette a fuoco”, invita a mettere a fuoco noi. L’imperfezione (mosso, scie, sotto o sovraesposizioni) non è scarto ma traccia di una relazione con il mondo e tra le persone; se il vento muove la macchina stenopeica o la pioggia lascia tracce sulla carta, diventa “il ritratto del vento” o “la firma della pioggia”. Spesso proprio da un “errore” nascono risate, intuizioni e nuove idee: il processo diventa così un momento di scoperta gioiosa e condivisa, dove la curiosità guida quanto la tecnica. Si sbaglia insieme e si aggiusta insieme: anche la manutenzione a vista del gazebo diventa trasparenza condivisa e parte dell’esperienza. Per trasformare la fragilità in risorsa, porto con me un kit di sopravvivenza poetica: se il vento strappa il gazebo, lo riparo sul posto, assieme a chi partecipa: nastro telato, ago, mani. È in questi momenti che si formano spesso le amicizie: quando si lavora insieme per aggiustare qualcosa che si è rotto, si scopre che la bellezza può nascere dall’imperfezione, è qui che risiede forse la forza capace di ribaltare il mondo senza distruggerlo, un invito a guardare il mondo non con la perfezione del controllo ma attraverso nuove aperture.
Questo viaggio è anche resistenza politica. Si nutre di un’economia di reciprocità che restituisce storie a ogni chilometro e si sostiene con crowdfunding e donazioni, ognuno contribuisce in base alle proprie possibilità, per rispondere ai bisogni di tutti.
La bicicletta come dispositivo di pensiero
Bicicletta e camera obscura praticano uno scambio leggero: resistono alla logica del consumo, preferiscono la presenza al possesso e ci riconnettono a una rete di relazioni.
“Quando cresce la velocità negli spostamenti, diminuisce l’uguaglianza sociale” scrive Ivan Illich. La bicicletta restituisce alla persona il giusto rapporto tra energia e desiderio: non si avanza risparmiando fatica, ma spendendo la propria umanità. Con i suoi pannelli solari, non è solo un mezzo, è un dispositivo di pensiero che non consuma paesaggi, li abita. Per coerenza con questa prospettiva capovolta è il mezzo ideale: abbastanza lenta da restare in ascolto e leggera quanto basta per non schiacciare il paesaggio; ogni pedalata è un gesto di rispetto e autoconsumo di energia umana, un’etica della lentezza.
Allo stesso modo, lo scatto stenopeico diventa il corrispettivo visivo di quel pedalare: un’immagine scattata con pazienza, che chiede tempo di sosta, osservazione e lasciarsi attraversare dal paesaggio. La bicicletta e la fotografia qui condividono lo stesso respiro, la stessa attesa, la stessa cura. Agganciata al carrello che trasporta la scatola-camera, la bici diventa strumento di condivisione: ogni chilometro è relazione, le soste un invito allo scambio e un’opportunità per raggiungere luoghi poco accessibili.
La tecnologia scelta con cura
Il viaggio richiede anche un setup tecnico complesso: motore elettrico Bafang, pannelli solari con MPPT, convertitori DC-DC, strumenti di archiviazione digitale. Questa tensione con il discorso sulla lentezza non è una contraddizione: è una scelta dichiarata.
Non rifiuto la tecnologia: la scelgo con cura, la rendo visibile, la metto in relazione. La Surly trasformata in e-bike non accelera il viaggio: lo rende possibile con un peso di circa 180 kg. I pannelli solari non promettono autonomia totale: dichiarano la loro dipendenza dal sole e dalle prese offerte lungo la strada, barattando energia per un ritratto stenopeico. La dipendenza non è un limite da nascondere, ma una parte essenziale del progetto: nel momento in cui viene riconosciuta e condivisa, diventa relazione.
Nomadismo come radicamento dinamico
Questo progetto è anche un tentativo di abitare il mondo in altro modo: muoversi senza possedere, creare senza accumulare, produrre legami invece di oggetti. La camera obscura non è solo un dispositivo artistico, ma una casa temporanea della visione, che si radica nel nomadismo come scelta. Questo nomadismo non è fuga romantica, né nostalgica: è una forma di radicamento dinamico, una risposta poetica e concreta a un sistema economico che privilegia la proprietà, l’efficienza e l’accumulo, dimostrando che si può creare arte, conoscenza e comunità senza estrarre, ma coltivando relazioni.
Una Camera Obscura a Pedali è un esercizio di sopravvivenza poetica in tempi di cecità sistemica: pedaliamo piano, entriamo nel buio, guardiamo il mondo capovolto e creiamo relazioni. Perché è proprio come esseri vulnerabili, lenti e imperfetti che impariamo a resistere.
Le Radici Storiche e Filosofiche del Progetto
La camera obscura è stata nei secoli uno strumento fondamentale di esplorazione scientifica e filosofica, un crocevia tra scienza e poesia.
Nota — Le formulazioni che seguono sono citazioni dirette solo dove indicato; negli altri casi sono parafrasi basate su testi storici e traduzioni accademiche, adattate per chiarezza divulgativa.
Le radici della luce
Mozi(V sec. a.C., Shangqiu, Cina) — Parafrasi da Mo Jing, Libro IV, sez. ottica:
“L’ombra si forma quando la luce è ostacolata. Se la luce passa da un foro in una stanza buia, l’immagine esterna appare capovolta.”
I mohisti furono tra i primi a descrivere dettagliatamente questo fenomeno.
Aristotele ed Euclide (IV–III sec. a.C., Atene, Grecia) — Aristotele (Problemata, XV.11) osservò che durante un’eclissi solare, la luce passando per un foro quadrato proiettava un’immagine circolare. Euclide, con gli Elementi dell’ottica (ca. 300 a.C.), fondò la geometria ottica, ponendo le basi per gli studi successivi, pur senza citare direttamente la camera obscura.
Ibn al-Haytham / Alhazen (XI sec., Bassora, Iraq) — Dal Kitāb al-Manāẓir (VII.15), trad. A.I. Sabra (The Optics of Ibn al-Haytham, 1989):
“Se la luce del sole entra in una stanza buia attraverso un foro, si forma un’immagine rovesciata sulla parete opposta. Ciò dimostra che la visione avviene per raggi luminosi che entrano nell’occhio.”
Alhazen trasformò la camera obscura in un vero laboratorio ottico, contribuendo alla nascita del metodo scientifico.
Leonardo da Vinci(ca. 1490–1515, Firenze, Italia) — Dal Codice Atlantico (f. 337v):
“Fa bucho in una carta et quella ponga al sole: vedrai li obietti colla loro figure infra la casa, ma capovolti.”
Leonardo usò il principio della camera obscura per studi anatomici e prospettici, rivoluzionando la rappresentazione dello spazio.
Giambattista della Porta (XVI secolo, Vico Equense, Italia) — Nel suo libro Magia Naturalis (1558), della Porta rese popolare l’uso della camera obscura non solo come strumento per la ricerca scientifica, ma anche come dispositivo per aiutare gli artisti a disegnare e dipingere. Descrisse come, oscurando una stanza e praticando una piccola apertura, le immagini del mondo esterno potessero essere proiettate su uno schermo, creando un vero e proprio spettacolo naturale che stupiva sia gli studiosi che la gente comune.
Johannes Kepler (1604, Linz e Praga — Impero asburgico) — Dal Ad Vitellionem Paralipomena (Cap. V): “Imago inversa in pariete apparet, sicut in oculo humano” — (L’immagine appare rovesciata sulla parete, proprio come nell’occhio umano).
Coniò il termine “camera obscura”, spiegò l’inversione retinica e progettò camere portatili con lente.
Il foro come gesto corporeo e politico
Paolo Gioli (Polesine, Italia; pratiche stenopeiche 1970–2020) — Parafrasi da La fotografia senza macchina (2012) e interviste:
“Una ferita-occhio primordiale che accoglie il mondo senza mediazioni meccaniche.”
La sua pratica ha riattivato la valenza politica e corporea del foro stenopeico, trasformandolo in un gesto radicale.
Altre tradizioni della visione
Accanto a questi riferimenti più direttamente legati alla camera obscura, si possono intravedere anche linee laterali nella storia del pensiero sulla visione. Nel pensiero indiano, alcune scuole filosofiche come Nyaya e Vaisheshika hanno interrogato la percezione come relazione tra organi di senso, mente e mondo; nella Russia del XVIII secolo, Mikhail Lomonosov ha lavorato sull’origine della luce e sulla teoria dei colori. Non sono genealogie dirette del dispositivo, ma tracce che ricordano come la luce sia stata, in culture diverse, un modo per pensare il rapporto tra mondo e sguardo.
Pratiche contemporanee affini
Accanto alla genealogia ottica della camera obscura, il progetto può essere letto anche vicino a pratiche contemporanee che trasformano uno spazio minimo, mobile o temporaneo in luogo di relazione.
In questo senso mi interessa il progetto One — noto anche come Guerrilla Tea — di Pierre Sernet, artista e fondatore di Artnet: una struttura leggera e portatile, fatta di sottili bastoni di legno e giunti, disegna un cubo dalle pareti immaginarie in cui persone sconosciute vengono invitate a condividere una cerimonia del tè. Non lo considero un modello diretto, ma una risonanza: anche lì uno spazio fragile, montato e smontato nei luoghi più diversi, crea una soglia temporanea di incontro. La differenza è nell’inversione dello sguardo: Sernet espone chi entra allo sguardo del mondo attraverso pareti invisibili; la camera obscura offre il mondo come immagine capovolta a chi entra nel buio.
Questo progetto si colloca inoltre in un panorama contemporaneo vivo. Alcuni lavori dialogano direttamente con il suo dispositivo fotografico: le camere oscure su larga scala di Abelardo Morell trasformano stanze d’albergo in paesaggi invertiti; la fotografia stenopeica architettonica di Vera Lutter cattura il tempo nella luce; le esposizioni lunghissime di Michael Wesely condensano mesi e anni in un’unica immagine, mostrando il tempo come materia visibile. Accanto a loro, STENOP.ES, progetto di camera obscura filmica di Antoine Levi e Romain Alary, porta questo principio nel campo dell’immagine in movimento e dell’esperienza immersiva.
Più in largo, il progetto risuona con un campo di pratiche artistiche e teoriche legate al corpo, al paesaggio e alla lentezza: la camminata come gesto performativo, la land art del cammino, la slow photography, la geografia vissuta e la riflessione sui luoghi abitati. Non si tratta di una genealogia diretta, ma di una costellazione di risonanze in cui riconosco alcune tensioni comuni. Il progetto si riconosce anche nel lavoro di Franco Arminio sulla “paesologia” — uno sguardo che sta “a metà tra se stessi e le cose” — e nelle infrastrutture visibili di Low←Tech Magazine, dove il limite non è nascosto ma dichiarato.
Le tappe del viaggio non rievocano soltanto una memoria storica, ma interrogano il presente: cosa resta oggi di quelle intuizioni sulla luce? E cosa possiamo ancora imparare da un foro che capovolge il mondo?
Il percorso non è un itinerario lineare, ma una trama narrativa che intreccia memoria e contemporaneità, in cui il foro diventa ancora una volta mediatore: tra scienza e poesia, tra epoche e culture, tra paesaggio e sguardo.
Fasi del Viaggio
Il progetto si articola in un percorso pluriennale che riattiva il pensiero storico della camera obscura lungo direttrici significative:
- 2027: Italia – Inizierà dall’Italia per testare materiali e relazioni, costruendo una rete di sostenitori.
- 2028: L’attraversamento dell’Europa – Potrebbe proseguire attraverso l’Europa (Francia, Germania, Paesi Bassi, Grecia, Europa dell’Est) seguendo le direttrici EuroVelo ove possibile. In questa fase si potrebbe lavorare in luoghi simbolo di crisi ecologiche per far emergere le “voci non umane” del paesaggio.
- 2029: Asia occidentale, Cina e Giappone – Il viaggio vuole spingersi verso l’Asia occidentale (Turchia, Iran, Kuwait), fino in Cina (Shangqiu di Mozi, tra i primi riferimenti noti alla camera obscura) e infine in Giappone, dove la lentezza si fa pratica contemplativa.
Logistica – La bicicletta, una Surly Ogre, è la stessa che nel 2014 mi ha portato fino a Capo Nord, oggi equipaggiata con assistenza elettrica, un motore centrale Bafang BBS02, 250 W, e impianto solare. L’energia nasce da 2 pannelli da 130 W flessibili con MPPT che caricano una batteria 36 V 40 Ah che utilizza la bici e alimenta i led della camera obscura tramite convertitore DC-DC. Upgrade previsto: un inverter AC e una batteria più capiente se utile per attrezzature non-DC. I pannelli e la batteria forniscono copertura solo parziale sulle lunghe tratte. Quando il cielo è coperto, nei tunnel o dopo più giorni di pioggia mi affiderò alle prese messe a disposizione da chi incontrerò, barattando energia per un ritratto stenopeico.
Una Camera Obscura a Pedali non cerca l’autonomia come promessa astratta. Dipende da una struttura reale: il peso della camera, il carrello, il corpo che pedala, il vento, le salite, il sole disponibile, le prese offerte lungo la strada, l’ospitalità incontrata. Questa dipendenza non è un limite da nascondere, ma una parte essenziale del progetto: rende visibile ciò che molte tecnologie contemporanee tendono a cancellare. Nel momento in cui viene riconosciuta e condivisa, la dipendenza diventa relazione.
In questo senso il progetto si riconosce in alcune esperienze di tecnologia lenta e infrastrutture visibili, come il sito solare di Low←Tech Magazine, dove energia, disponibilità e limite non sono nascosti ma dichiarati.
Sostenibilità economica
Il progetto si fonda su un crowdfunding lanciato tre mesi prima della partenza (2027) e su donazioni continuative raccolte strada facendo. Ho stimato un budget di base (visti, ricambi bici, tragitti marittimi, materiali fotografici, cibo e generi alimentari), integrato con un modello di copertura che combina ospitalità, baratto e spese dirette. È lo stesso approccio che mi permise di raggiungere Capo Nord nel 2014: molte persone, cifre in base alle possibilità, ma costanza e trasparenza sui costi reali, pubblicati in un foglio consultabile online.
Prima di partire: il carrello giusto per il viaggio giusto
Il setup attuale — bici, gazebo, camera obscura, materiali e dotazione tecnica — può raggiungere i 150–180 kg. Il trailer che sto usando ora è l’unico carrello disponibile e, per le prove, sta funzionando: ha permesso di montare la camera obscura, verificarne il comportamento a scala reale e iniziare a capire peso, stabilità e ingombri.
Proprio perché sta funzionando come banco-prova, sta rendendo più chiaro il nodo tecnico successivo: capire se questa struttura possa sostenere non solo le apparizioni locali e la fase italiana, ma anche un viaggio lungo, aperto, con molti chilometri, salite, vento, fondi diversi e condizioni non sempre prevedibili.
Per questo il carrello non è più uno sviluppo secondario, ma una soglia tecnica da affrontare prima della partenza italiana. Non si tratta di sostituire per principio ciò che già funziona, ma di capire quale struttura possa reggere il peso, restare stabile, proteggere il dispositivo e non ridurre il viaggio a una fatica ingestibile.
Le soluzioni attualmente in valutazione restano aperte: un carrello cargo professionale come Carla eCargo Maxi, un sistema tipo Donkey/eDonkey Trailer, oppure il TrudeTrailer / Welcome Werkstatt, rimorchio XXL open hardware basato su una struttura modulare in alluminio imbullonato, costruibile, modificabile e riparabile dentro una rete locale di officine, makerspace e competenze distribuite. La scelta dipenderà da preventivi, tempi, peso reale, stabilità, possibilità di elettrificazione, riparabilità e coerenza con il viaggio.
La flessibilità non è un piano B è coerenza con la vulnerabilità scelta. Se non si trova subito la soluzione giusta, il viaggio potrebbe comunque ridurre la rotta o cambiare scala, senza tradire il suo senso. Partire bene significa anche riconoscere quando una struttura tecnica va ripensata per non compromettere l’incontro, la luce e la lentezza.
Di seguito il budget è diviso in due livelli: una fase di avvio in Italia 2027, utile a rendere operativo il dispositivo, verificare bici, gazebo, carrello e metodo di lavoro; e una fase di grande viaggio 2028–2029, sostenuta da crowdfunding, donazioni, ospitalità, baratto e possibili partnership. La soglia carrello non è più uno stretch goal accessorio, ma una condizione tecnica da chiarire prima della partenza italiana; per questo le cifre potrebbero essere aggiornate dopo i preventivi e le risposte ancora aperte.
1. Budget di avvio – Italia 2027 (fase pilota, 2–3 mesi)
Coperto con risparmi personali, prime donazioni, contributi raccolti lungo il percorso e, se necessario, una campagna dedicata alla soglia carrello.
| Voce | 30 giorni | 60 giorni | Copertura / note |
| Upgrade bici (freni a 4 pistoni, catena rinforzata, manutenzione generale) | 500 | 500 | sicurezza peso carrello – autofinanziato |
| Gazebo pieghevole oscurabile | 680 | 680 | autofinanziato |
| Materiale per camera obscura interna | 500 | 500 | teli, struttura in legno/alluminio, giunti — autofinanziato |
| Manutenzione e upgrade carrello che già possiedo | 400 | 400 | acquisto scatola contenitore Auer e long arm 50 cm – autofinanziato |
| 2×200 W pannelli solari flessibili + MPPT | 1 000 | 1 000 | autonomia elettrica in road-test — autofinanziato |
| Batteria modulare Li-ion 36 V 20–40 Ah | 450 | 450 | uso ibrido: backup e-bike / luci via DC-DC – autofinanziato |
| Impianto elettrico | 350 | 350 | autofinanziato |
| Materiali workshop pilota carta e chimici | 500 | 500 | prime attività con scuole/associazioni – micro-donazioni in fase test |
| Fondo emergenze piccole riparazioni | 300 | 300 | rotture, spedizioni ricambi – autofinanziato |
| TOTALE BASE | € 4 680 | € 4 680 | Autofinanziamento + donazioni |
| Cibo e generi alimentari | 450 – 750 | 900 – 1 500 | €15–€25/giorno; coperto in parte da baratto ospitalità e pasti condivisi; donazioni on-the-road per il resto |
| TOTALE START-UP | € 5 130 – 5 430 | € 5 610 – 6 180 | partenza garantita senza crowdfunding |
Nota: La voce Cibo e generi alimentari è calcolata su un range €15–€25/giorno, tenendo conto dell’uso di reti di ospitalità (Warmshowers, Couchsurfing, Trustroots, Workaway) e del baratto di pasti in cambio di attività artistiche, fotografiche o di lavoro. Il costo reale potrebbe essere inferiore in base alle circostanze locali.
La copertura iniziale nasce da una combinazione di autofinanziamento, donazioni, rimborsi per workshop e ospitalità/baratto. La voce cibo potrebbe essere ridotta grazie alle reti di ospitalità e agli scambi attivati lungo il percorso, mentre la parte tecnica più pesante — in particolare il carrello — dipenderà dalla soluzione scelta tra le opzioni ancora in valutazione.
2. Budget “grande viaggio” – 2028–29
| Voce | Scenario A: 18 mesi (Europa estesa) | Scenario B: 24 mesi (fino a Giappone) | Copertura / note |
| Visti, permessi, dogane extra-UE | 3 500 | 4 500 | crowdfunding base |
| Tragitti lunghi (traghetti + 1 volo cargo bici) | 1 200 | 2 000 | crowdfunding base/stretch |
| Ricambi bici e carrello (post-Italia) | 1 000 | 1 500 | donazioni, sponsor tecnica |
| Carrello professionale predisposto pannelli (stretch-goal: nuovo telaio, ammortizzatori, freno inerziale) | 4 000–8 000 | — | solo se superato target minimo |
| Pannelli solari aggiuntivi / ampliamento batterie | 500 | 1 000 | sponsor in-kind, crowdfunding stretch |
| Materiali workshop (40 tappe) | 2 000 | 2 500 | sponsor pellicole + crowdfunding |
| Alloggi d’emergenza (30%) | 3 000 | 4 500 | baratto ospitalità riduce costo reale |
| Assicurazioni assicurazioni globali + RC | 800 | 1 000 | crowdfunding base |
| Comunicazione estesa (hosting, SIM Asia, cloud) | 800 | 1 200 | crowdfunding / sponsor tech |
| Fondo emergenze (sanitarie, riparazioni straord.) | 2 000 | 3 000 | Autofinanziamento + donazioni |
| Cibo e generi alimentari (range) | 9 705 – 17 675 | 10 950 – 18 250 | €15–€25/giorno × 547 / 730 gg; ospitalità/baratto riducono il costo effettivo |
| TOTALE “BASE” (senza carrello nuovo) + Cibo | € 24 505 – 32 475 | € 32 150 – 39 450 | base tabellare € 14 800 / € 21 200 + Cibo |
| TOTALE “STRETCH” (con carrello) | € 28.505 – 40.475 | — | aggiungi € 4 000–8 000 al totale A |
Schema di copertura
Reciprocità
Il progetto vive di economie del legame: nei contesti comunitari adotto il contributo libero o baratto (ospitalità, pasti, energia, servizi); per scuole, festival e istituzioni propongo compensi professionali e/o co-produzione; le tratte lunghe sono sostenute da crowdfunding trasparente con aggiornamenti pubblici. Comunicherò cosa porto io e cosa chiedo, in modo semplice e verificabile.
| Fonte | % stimato | Meccanismo |
| Crowdfunding (min 14 000 €) | 60–70% | lanciato 3 mesi prima della partenza 2027 |
| Donazioni e workshop itineranti | 15–20% | contanti / Satispay / PayPal |
| Sponsorizzazioni non monetarie (pellicole, hosting, componenti bici) | 5–10% | Solo i prodotti, loghi non invadenti |
| Baratto energia / ospitalità / pasti | risparmio ~5–6 k € | prese elettriche e vitto in cambio di ritratti / workshop |
| Autoproduzione e autofinanziamento iniziale | ~10% | copre start-up Italia 2027 (bici, gazebo, camera obscura, parte del vitto) |
Trasparenza
Tutte le spese reali saranno tracciate in un foglio Google pubblico: chi partecipa vede dove va ogni euro. Se le entrate superano la stima prudente, l’eccedenza potrebbe finanziare micro-borse per workshop gratuiti.
Dopo le pedalate
Il viaggio continuerebbe oltre l’ultima tappa. Le immagini, le cartoline sonore, le parole raccolte, gli oggetti trovati e le tracce lasciate dalle comunità potrebbero diventare un archivio vivo: non il resoconto di un’impresa individuale, ma la memoria condivisa degli incontri attraversati.
Da questo materiale potrebbero nascere forme diverse: una fanzine o un libro di viaggio, una mostra itinerante dell’Archivio dell’Invisibile, un piccolo manuale aperto per chi volesse costruire una propria camera obscura o riprendere il metodo in altri territori. Non si tratterebbe di fissare il progetto in un formato definitivo, ma di restituire ciò che il viaggio ha generato, lasciando che continui a muoversi anche dopo le pedalate.
Come partecipare
Una Camera Obscura a Pedali è un viaggio, una performance artistica e un laboratorio itinerante che invita a sostare e guardare il mondo con occhi nuovi, un esercizio di sopravvivenza poetica in tempi di cecità sistemica. È un progetto aperto, in ascolto, e vive grazie alle persone, alle comunità e alle istituzioni che scelgono di attraversarlo, sostenerlo o ospitarlo.
Non porto risposte, ma feritoie: piccoli fori attraverso cui la luce aiuta a rivedere le mappe del reale. Non catturo immagini, le ricevo in dono: come i pasti condivisi nelle case che mi ospitano. Non accumulo chilometri, sciolgo confini: perché ogni pedalata è una sutura tra occhio e paesaggio.
Ecco alcuni modi per partecipare al progetto:
- Ospita la camera obscura – apri la tua casa, la tua scuola o il tuo quartiere a un luogo di visione condivisa
- Costruisci uno sguardo – partecipa ai workshop e costruisci il tuo occhio stenopeico
- Sostieni il viaggio – con una donazione, un contributo libero o una partnership che aiutino il progetto a muoversi
- Diventa partner – istituzioni culturali ed educative possono co-produrre tappe, mostre, archivi e laboratori
- Condividi l’ospitalità – un pasto, un letto: gesti di reciprocità che alimentano il cammino
Ogni gesto conta, perché la luce è un bene comune e la meraviglia un diritto.
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#LightWithoutBorders #CameraObscuraAPedali #LentePresenze
Come scrive Franco Arminio: “La si può esportare, la paesologia? Sperimentarla nei supermercati, nei quartieri di una capitale? Forse no, il paesaggio principale sarebbe la gente che insegue il tempo o chissà cosa, sarebbe complicato. O forse sì, perché la paesologia è anche un modo di guardare il mondo, stando a metà tra se stessi e le cose, e capire che non c’è una meta da raggiungere.”
Questa citazione mi risuona profondamente: il viaggio è un modo per custodire paesaggi — fisici e interiori — e per ricordare che, in un’epoca dominata da schermi e frenesia, c’è ancora chi sceglie di rallentare, di osservare il mondo attraverso un foro, aspettando che la luce ne riveli lentamente l’essenza. E forse, in quel foro che lascia entrare il mondo, possiamo scoprire che non è la luce ad attraversarci, ma siamo noi a diventare parte della sua traiettoria.