Una Camera Obscura a Pedali
Fotografia, Luce e Paesaggio come Atti di Relazione
C’è un fatto semplice e straordinario: la natura, nella sua sorprendente potenza, con la sola luce genera da sempre l’immagine del mondo – atto primordiale che precede lo sguardo umano.
È questa la rivelazione, lo sconvolgimento, il cuore del progetto.
La camera obscura e il foro stenopeico ci permettono di assistere a questo evento quotidiano; non sono invenzioni complesse, ma semplici dispositivi. Attraverso un foro, in un ambiente buio, la realtà esterna si proietta capovolta e, incontrando il nostro sguardo, diventa metafora del modo in cui percepiamo e interpretiamo ciò che ci circonda. Queste ‘cerniere’ tra scienza e poesia, dalle osservazioni di Mozi sulla luce alle sperimentazioni stenopeiche di Paolo Gioli, hanno intrecciato un filo luminoso attraverso epoche, culture e spazi, testimoniando la costante ricerca umana di dare forma a questa meraviglia. Con questo stesso principio ho trasformato un gazebo in una camera obscura itinerante e quel foro viaggia in bicicletta, non per celebrare la storia, ma per riaccenderla negli incontri.
Una Camera Obscura a Pedali invita a esplorare non solo una tecnica fotografica, ma un modo di stare al mondo. Prepariamoci a guardare il mondo sottosopra, in un esercizio di disarmo dello sguardo che riscopre la bellezza dell’essenziale, accoglie la vulnerabilità come forza e mette in dialogo un gesto antico con le urgenze del presente. Restando aperti: trasformando, aprendo, scegliendo — se e quando accade.
Per questo, provo a rispondere in modo chiaro e diretto alle domande fondamentali che guidano la scoperta e il viaggio:
Chi sono: e come la mia storia mi ha condotto a questa ricerca.
Che cosa faccio: porto un cinema naturale in viaggio, offrendo visioni e laboratori condivisi.
Perché lo faccio: per riattivare, oggi, la meraviglia e la responsabilità che nascono quando la luce diventa relazione.
Chi sono e come la mia storia mi ha condotto a questa ricerca
Mi chiamo Luca Baldassari, sono un fotografo e artista visivo. Il mio rapporto con la fotografia stenopeica ha radici profonde: oltre trent’anni fa, da adolescente, scoprii il potere del foro e della luce e, da allora, la mia ricerca si concentra sull’esplorare il rapporto tra percezione e paesaggio attraverso questa tecnica. Per me, si tratta di trasformare la luce in linguaggio unendo così arte, ecologia e pedagogia visiva in una pratica unica.
Il mio percorso è radicato in esperienze che hanno plasmato questa visione. Nel 2014, un viaggio in bicicletta fino a Capo Nord ha rafforzato la mia convinzione che la lentezza non è una rinuncia, ma un modo per assorbire il paesaggio con tutto il corpo; e che il nomadismo non è fuga, ma una forma radicale di appartenenza — alle strade, alle persone, alla luce che ci lega. Queste intuizioni si sono fuse con la mia passione per la costruzione artigianale di macchine fotografiche, la creazione di camere oscure e la guida di laboratori.
Questa ricerca è cresciuta attraverso esperienze che sono state “atti di fiducia” e “atti politici”. Ricordo in particolare il Pinhole Day del 2018 a Sansepolcro, quando, in collaborazione con l’associazione Electra aps Onlus – CLA, Gli Sfocati di Arezzo e Caserma Archeologica di Sansepolcro, ho trasformato degli scatoloni riciclati in una camera obscura pubblica. Poi, nel 2021, a Monte Ginezzo, ho di creato una camera obscura permanente grazie al sostegno de La Fabbrica Del Sole e Off Grid Farming. Quel luogo è divenuto un simbolo di rigenerazione, mostrandomi come la luce possa trasformare un luogo abbandonato in scoperta.
La camera obscura non inventa, ma rivela l’invisibile già presente nel paesaggio.
Per me non è mai stata soltanto un dispositivo ottico, ma un luogo di due pratiche: politica, perché si oppone alla logica predatoria della “cattura” delle immagini, e poetica, perché accetta che la bellezza emerga dall’incontro tra la luce, i limiti del dispositivo e i nostri stessi limiti di percezione e di controllo. Dal loro intreccio è nato Una Camera Obscura a Pedali.
Che cosa faccio: porto un cinema naturale in viaggio, offrendo visioni e laboratori condivisi
Il cuore del progetto è la camera obscura itinerante: un gazebo appositamente oscurato e trainato dalla bicicletta. Con questo cinema naturale facilito visioni e laboratori condivisi, trasformando le tappe in un patto di meraviglia con le comunità. Perché è bello vedere gli occhi delle persone che scoprono per la prima volta il mondo capovolto. C’è un momento – sempre lo stesso, sempre diverso – in cui chi entra nella camera obscura smette di parlare. Si ferma. Guarda. E poi, piano piano, inizia a sorridere. È un sorriso particolare, quello della meraviglia che si riaccende. Come se per un attimo tornassimo bambini. Allestisco il gazebo, per chi vuole, una breve lettura introduce l’esperienza e prepara lo sguardo; oppure si può iniziare con un minuto di silenzio prima dell’ingresso: niente parole, solo un respiro profondo, un gesto universale che ci allinea; poi si entra nella camera obscura: l’interno diventa un luogo insieme interiore e collettivo, dove l’immagine non si possiede, ma si attraversa. La camera obscura accoglie senza obblighi: c’è chi entra per pochi secondi, chi si siede a osservare, chi scatta, e tutti possono sperimentare la bellezza di vedere il mondo sotto una nuova luce. Non c’è nulla che si debba fare: la camera obscura non richiede impegni né risultati, offre solo uno spazio di visione e di sosta. Ognuno decide come attraversarla — in silenzio, con un sorriso, lasciando un segno o semplicemente passando oltre. L’esperienza non si misura, si vive.
Per chi lo desidera, l’incontro può proseguire anche fuori dalla tenda: all’uscita si può lasciare una parola, un simbolo o una linea su un cartoncino, costruendo nel tempo una mappa emotiva del viaggio. E, per chi vorrà, una settimana dopo verrà inviato un breve questionario facoltativo: non un compito, ma un’occasione per custodire e condividere pensieri e sensazioni che restano nel tempo, oltre l’impatto immediato. Così la teoria diventa pratica condivisa.Un aspetto fondamentale del mio fare è coinvolgere persone di ogni età e provenienza, con un approccio inclusivo e intergenerazionale. Uso “comunità escluse” come parola di lavoro, non identitaria, per indicare contesti che il sistema dominante ha spinto ai margini o talvolta etichettato come “incolti” o “improduttivi”: comunità rurali che resistono allo spopolamento; giovani fuori dai percorsi convenzionali; migranti; anziani non digitalizzati che custodiscono memorie tattili; chi cura il paesaggio quotidianamente; persone con disabilità che vivono il mondo con ritmi diversi. Mi avvicino come ospite — su invito e in co-progettazione — non per rappresentare ma per stare con quando c’è desiderio reciproco. Non arrivo da una posizione centrale o privilegiata: vengo da un percorso che si svolge ai margini. È un incontro tra esperienze: ci si ascolta, ci si riconosce, si costruisce insieme.
Apriamo spazi in cui lo sguardo si faccia incontro e non giudizio. Se trovo una casa, trasformo una stanza in un luogo dove vedere il mondo sottosopra, scambiando ospitalità con un ritratto.
La cosa bella del foro stenopeico è che viene sempre qualcosa. Anche se tremi, anche se non hai mai toccato una macchina fotografica, anche se il vento muove la macchina proprio mentre scatti. L’imperfezione non è un errore, è una firma: il segno che quella foto l’hai fatta proprio tu, in quel momento, con quella luce. La camera obscura e il foro diventano così un pretesto per lavorare insieme, mescolando mani, idee e sorrisi, in un intreccio di gesti semplici che fanno comunità. Questo approccio non solo valorizza le singole persone, ma può contribuire a rafforzare il tessuto sociale locale, generando occasioni di collaborazione durature anche dopo la mia partenza. Le comunità ospitanti diventano così parte attiva del progetto, capaci di proseguirne lo spirito in autonomia.
È anche un laboratorio di scoperta: si costruisce, si sperimenta, si ride insieme, e ogni immagine è una sorpresa — anche quando non è “perfetta”. È un gioco, che ha le sue regole, ma accoglie la spontaneità e il piacere di fare insieme.Per questo vorrei organizzare workshop aperti ad adulti e bambini, collaborando con associazioni culturali e istituzioni locali, nei luoghi che vorranno accogliermi — scuole, comunità rurali, quartieri urbani. Questi laboratori sono puro divertimento costruttivo: si da forma a semplici macchine stenopeiche con scatole e barattoli, si creano fotogrammi mettendo oggetti direttamente sulla carta fotosensibile, si esplorano tecniche analogiche e si gioca con la luce. E poi c’è sempre quel momento magico quando l’immagine appare nello sviluppo e si scopre, con stupore, come quasi sempre un’immagine prende forma.
Un aspetto chiave è l’affidamento comunitario: dopo la prima installazione la camera obscura resta a disposizione della comunità ospitante, che la conduce in autogestione — dalla Passeggiata esplorativa per scegliere i luoghi da “capovolgere” al Trasloco condiviso fino alla Visione — trasformandola da strumento che “porto io” a dispositivo che la comunità usa per mostrare (e mostrarsi) un modo diverso di vedere il proprio paesaggio. Le tappe del percorso diventano così momenti di scambio e collaborazione. Le immagini saranno firmate da chi le ha ispirate: la comunità potrà firmarsi come coautrice. Il mio ruolo è quello di facilitatore.
Oltre alle immagini capovolte, il viaggio è anche un diario sensoriale. Riprendo il mio progetto “cinque per uno“, ritraendo persone nei loro luoghi significativi con la tecnica stenopeica per creare “cartoline sentimentali” che narrano un dialogo intimo tra individuo e territorio. Registrerò suoni — risate, fruscii, voci di mercato — che diventeranno “cartoline sonore“. Nel mio percorso di mappatura dei luoghi raccolgo e conservo piccoli oggetti trovati lungo il viaggio o condivisi dalle persone incontrate: elementi spesso effimeri e casuali, ma capaci di raccontare storie e sorprese del paesaggio. I frammenti confluiranno in un’installazione: un tavolo da esplorare e una proiezione notturna dove immagini e suoni dialogano, invitando chi lo desidera a scrivere una cartolina per lasciare un dono a chi verrà dopo. Questo insieme di tracce costituirà il mio Archivio dell’Invisibile, custodisce la memoria dei territori attraversati e degli spazi quotidiani, insieme a quei luoghi marginalizzati o dimenticati che riaffiorano nello sguardo di chi si ferma ad ascoltarli.
A chi è rivolto
Il progetto si rivolge a comunità e persone di ogni età e provenienza, con un approccio inclusivo e intergenerazionale.
- Scuole, università e centri educativi, dove la camera obscura diventa un laboratorio di meraviglia e apprendimento condiviso.
- Festival, musei e istituzioni culturali, interessati a ospitare esperienze partecipative e installazioni temporanee.
- Comunità locali – quartieri urbani, paesi rurali, luoghi marginalizzati – che desiderano riattivare spazi e relazioni attraverso pratiche collettive.
- Pubblico generico, famiglie, adulti, bambini e chiunque sia curioso di riscoprire il mondo capovolto e di partecipare a un gesto creativo semplice e accessibile.
Perché lo faccio: per riattivare, oggi, la meraviglia e la responsabilità che nascono quando la luce diventa relazione
Viviamo in un tempo in cui la relazione tra umano e non umano è spesso compromessa, se non interrotta. Abbiamo dimenticato che ogni elemento naturale — dall’albero alla roccia, dal vento alla luce — è già immerso in una rete di relazioni vitali che precede e supera la presenza umana. Nel tentativo di dominare e catturare, il nostro sguardo ha separato invece di unire.
Questo viaggio non è un’avventura, ma un invito a entrare nel buio della tenda, osservare il mondo ribaltato sul telo e lasciarsi stupire dalla luce che trasforma il reale. La camera obscura ci consente di rivedere le mappe del reale attraverso piccoli fori che sono vere e proprie feritoie, aiutandoci a mettere a fuoco zone d’ombra e a rigenerare il dialogo con l’ambiente attraverso una pratica del guardare non invasiva. In questo senso, è proprio nell’incolto, nel selvatico e nel vulnerabile che risiede la possibilità di riscoprire una meraviglia che non è evasione romantica, ma un gesto sovversivo: significa riconoscere valore in ciò che il sistema produttivista definisce ‘improduttivo’.In questo gesto c’è anche una scelta di tempo: rallentare diventa un modo concreto di sottrarsi alla frenesia produttiva e di restituire valore a ciò che appare poco visibile.È un atto filosofico radicale: sostituire il paradigma della rappresentazione con quello della relazione. È un gesto collettivo di risveglio che ci spinge a sostare e ampliare la visione, riconoscendo che la meraviglia nasce dall’accogliere l’imprevisto. Il mondo non va catturato, ma incontrato, e la luce stessa, non solo fisica, si rivela un ponte tra umano e non umano, tra ciò che vediamo e ciò che sentiamo. Questa pratica restituisce dignità all’incolto, al fragile e al non addomesticato, rivelando proprio lì il potenziale del meraviglioso. La luce non cattura: interroga, trasformando la fotografia in un atto di presenza e passaggio dal possesso alla partecipazione, in uno strumento per modificare la nostra postura. Cosa resta impresso, infatti, quando smettiamo di fotografare per possedere e iniziamo a osservare per entrare in relazione? Le attività del progetto non vogliono produrre oggetti, ma generare incontri tra storia e presente, tra sguardo e paesaggio, tra corpi e luce.
La vulnerabilità è un principio del mio metodo e della mia pratica. Accetto tempi lunghi, errori e condizioni non controllabili: il foro non “mette a fuoco”, invita a mettere a fuoco noi. L’imperfezione (mosso, scie, sotto o sovraesposizioni) non è scarto ma traccia di una relazione con il mondo e tra le persone ; se il vento muove la macchina stenopeica o la pioggia lascia tracce sulla carta, diventa “il ritratto del vento” o “la firma della pioggia”. Spesso proprio da un “errore” nascono risate, intuizioni e nuove idee: il processo diventa così un momento di scoperta gioiosa e condivisa, dove la curiosità guida quanto la tecnica. Si sbaglia insieme e si aggiusta insieme: anche la manutenzione a vista del gazebo diventa trasparenza condivisa e parte dell’esperienza. Per trasformare la fragilità in risorsa, porto con me un kit di sopravvivenza poetica: se il vento strappa il gazebo, lo riparo sul posto, assieme a chi partecipa: nastro telato, ago, mani. È in questi momenti che si formano spesso le amicizie: quando si lavora insieme per aggiustare qualcosa che si è rotto, si scopre che la bellezza può nascere dall’imperfezione, è qui che risiede forse la forza capace di ribaltare il mondo senza distruggerlo, un invito a guardare il mondo non con la perfezione del controllo ma attraverso nuove aperture.
Questo viaggio è anche resistenza politica. Si nutre di un’economia di reciprocità che restituisce storie a ogni chilometro e si sostiene con crowdfunding e donazioni, ognuno contribuisce in base alle proprie possibilità, per rispondere ai bisogni di tutti.
Bicicletta e camera obscura praticano uno scambio leggero: resistono alla logica del consumo, preferiscono la presenza al possesso e ci riconnettono a una rete di relazioni. “Quando cresce la velocità negli spostamenti, diminuisce l’uguaglianza sociale” scrive Ivan Illich. La bicicletta restituisce alla persona il giusto rapporto tra energia e desiderio: non si avanza risparmiando fatica, ma spendendo la propria umanità. La bicicletta, con i suoi pannelli solari, non è solo un mezzo, è un dispositivo di pensiero che non consuma paesaggi, li abita. Per coerenza con questa prospettiva capovolta è il mezzo ideale: abbastanza lenta da restare in ascolto e leggera quanto basta per non schiacciare il paesaggio; ogni pedalata è un gesto di rispetto e autoconsumo di energia umana, un’etica della lentezza.
Allo stesso modo, lo scatto stenopeico diventa il corrispettivo visivo di quel pedalare: un’immagine scattata con pazienza, che chiede tempo di sosta, osservazione e lasciarsi attraversare dal paesaggio. La bicicletta e la fotografia qui condividono lo stesso respiro, la stessa attesa, la stessa cura. Agganciata al carrello che trasporta la scatola-camera, la bici diventa strumento di condivisione: ogni chilometro è relazione, le soste un invito allo scambio e un’opportunità per raggiungere luoghi poco accessibili.
Questo progetto è anche un tentativo di abitare il mondo in altro modo: muoversi senza possedere, creare senza accumulare, produrre legami invece di oggetti. La camera obscura non è solo un dispositivo artistico, ma una casa temporanea della visione, che si radica nel nomadismo come scelta. Questo nomadismo non è fuga romantica, né nostalgica: è una forma di radicamento dinamico, una risposta poetica e concreta a un sistema economico che privilegia la proprietà, l’efficienza e l’accumulo, dimostrando che si può creare arte, conoscenza e comunità senza estrarre, ma coltivando relazioni.
Una Camera Obscura a Pedali è un esercizio di sopravvivenza poetica in tempi di cecità sistemica: pedaliamo piano, entriamo nel buio, guardiamo il mondo capovolto e creiamo relazioni. Perché è proprio come esseri vulnerabili, lenti e imperfetti che impariamo a resistere.
Le Radici Storiche e Filosofiche del Progetto
La camera obscura è stata nei secoli uno strumento fondamentale di esplorazione scientifica e filosofica, un crocevia tra scienza e poesia.
Nota — Le formulazioni che seguono sono citazioni dirette solo dove indicato; negli altri casi sono parafrasi basate su testi storici e traduzioni accademiche, adattate per chiarezza divulgativa.
Mozi (V sec. a.C., Shangqiu, Cina) — Parafrasi da Mo Jing, Libro IV, sez. ottica:
“L’ombra si forma quando la luce è ostacolata. Se la luce passa da un foro in una stanza buia, l’immagine esterna appare capovolta.”
I mohisti furono tra i primi a descrivere dettagliatamente questo fenomeno.
Aristotele ed Euclide (IV–III sec. a.C., Atene, Grecia) — Aristotele (Problemata, XV.11) osservò che durante un’eclissi solare, la luce passando per un foro quadrato proiettava un’immagine circolare. Euclide, con gli Elementi dell’ottica (ca. 300 a.C.), fondò la geometria ottica, ponendo le basi per gli studi successivi, pur senza citare direttamente la camera obscura.
Ibn al-Haytham / Alhazen (XI sec., Bassora, Iraq) — Dal Kitāb al-Manāẓir (VII.15), trad. A.I. Sabra (The Optics of Ibn al-Haytham, 1989):
“Se la luce del sole entra in una stanza buia attraverso un foro, si forma un’immagine rovesciata sulla parete opposta. Ciò dimostra che la visione avviene per raggi luminosi che entrano nell’occhio.”
Alhazen trasformò la camera obscura in un vero laboratorio ottico, contribuendo alla nascita del metodo scientifico.
Leonardo da Vinci (ca. 1490–1515, Firenze, Italia) — Dal Codice Atlantico (f. 337v):
“Fa bucho in una carta et quella ponga al sole: vedrai li obietti colla loro figure infra la casa, ma capovolti.”
Leonardo usò il principio della camera obscura per studi anatomici e prospettici, rivoluzionando la rappresentazione dello spazio.
Giambattista della Porta (XVI secolo, Vico Equense, Italia) — Nel suo libro Magia Naturalis (1558), della Porta rese popolare l’uso della camera obscura non solo come strumento per la ricerca scientifica, ma anche come dispositivo per aiutare gli artisti a disegnare e dipingere. Descrisse come, oscurando una stanza e praticando una piccola apertura, le immagini del mondo esterno potessero essere proiettate su uno schermo, creando un vero e proprio spettacolo naturale che stupiva sia gli studiosi che la gente comune.
Johannes Kepler (1604, Linz e Praga — Impero asburgico) — Dal Ad Vitellionem Paralipomena (Cap. V):
“Imago inversa in pariete apparet, sicut in oculo humano” — (L’immagine appare rovesciata sulla parete, proprio come nell’occhio umano).
Coniò il termine “camera obscura”, spiegò l’inversione retinica e progettò camere portatili con lente.
Paolo Gioli (Polesine, Italia; pratiche stenopeiche 1970–2020) — Parafrasi da La fotografia senza macchina (2012) e interviste:
“Una ferita-occhio primordiale che accoglie il mondo senza mediazioni meccaniche.”
La sua pratica ha riattivato la valenza politica e corporea del foro stenopeico, trasformandolo in un gesto radicale.
Accanto a questi riferimenti noti, anche altre tradizioni hanno riflettuto sul ruolo della luce e della visione: le scuole Nyaya e Vaisheshika in India ne hanno indagato i rapporti con la percezione, mentre nella Russia illuminista pensatori come Lomonosov hanno esplorato il legame tra luce, colori e conoscenza. Le tappe del viaggio non rievocano soltanto una memoria storica, ma interrogano il presente: cosa resta oggi di quelle intuizioni sulla luce? E cosa possiamo ancora imparare da un foro che capovolge il mondo?
Il percorso non è un itinerario lineare, ma una trama narrativa che intreccia memoria e contemporaneità, in cui il foro diventa ancora una volta mediatore: tra scienza e poesia, tra epoche e culture, tra paesaggio e sguardo.
Fasi del Viaggio
Il progetto si articola in un percorso pluriennale che riattiva il pensiero storico della camera obscura lungo direttrici significative:
- 2027: Italia – Inizierà dall’Italia per testare materiali e relazioni, costruendo una rete di sostenitori.
- 2028: L’attraversamento dell’Europa – Proseguirà attraverso l’Europa (Francia, Germania, Paesi Bassi, Grecia, Europa dell’Est) seguendo le direttrici EuroVelo ove possibile. In questa fase si sperimenterà in luoghi simbolo di crisi ecologiche per far emergere le “voci non umane” del paesaggio.
- 2029: Asia occidentale, Cina e Giappone – Il viaggio si spingerà verso l’Asia occidentale (Turchia, Iran, Kuwait), fino in Cina (Shangqiu di Mozi, tra i primi riferimenti noti alla camera obscura) e infine in Giappone, dove la lentezza si fa pratica contemplativa.
Logistica – La bicicletta, una Surly Ogre, è la stessa che nel 2014 mi ha portato fino a Capo Nord, oggi equipaggiata assistenza elettrica, un motore centrale Bafang BBS02, 250 W, e impianto solare. L’energia nasce da 2 pannelli da 200 W flessibili con MPPT che caricano una batteria 36 V (20–40 Ah) utilizzata come backup per la bici e alimenta i led della camera obscura tramite convertitore DC-DC (36→12 V e 36→5 V). Upgrade previsto: un inverter AC e una batteria più capiente se utile per attrezzature non-DC. I pannelli e la batteria forniranno copertura solo parziale sulle lunghe tratte. Quando il cielo è coperto, nei tunnel o dopo più giorni di pioggia mi affiderò alle prese messe a disposizione da chi incontrerò, barattando energia per un ritratto stenopeico: la dipendenza diventa relazione.
Sostenibilità economica – Il progetto si fonda su un crowdfunding lanciato tre mesi prima della partenza (2027) e su donazioni continuative raccolte strada facendo. Ho stimato un budget di base (visti, ricambi bici, tragitti marittimi, materiali fotografici, cibo e generi alimentari), integrato con un modello di copertura che combina ospitalità, baratto e spese dirette. È lo stesso approccio che mi permise di raggiungere Capo Nord nel 2014: molte persone, cifre in base alle possibilità, ma costanza e trasparenza sui costi reali, pubblicati in un foglio consultabile online.
In Italia partirò con il trailer che già possiedo: sarà il banco-prova per capire peso, stabilità e ingombri. Nel crowdfunding lancerò uno stretch goal dedicato: se raggiunto, sostituirò il carrello con un modello professionale (budget max 8.000 € a seconda di peso e ammortizzatori). In caso contrario, continuerò con l’assetto iniziale, investendo solo in manutenzione e piccoli upgrade.
Aggiornamento al 2026.04.08
Prima di partire: il carrello giusto per il viaggio giusto.
Il setup attuale — bici, gazebo, camera obscura, materiali e dotazione tecnica — raggiunge i 150–180 kg. Con questo peso, i percorsi si riducono a circa 30 km al giorno: troppo poco per costruire un viaggio davvero aperto, sostenibile e itinerante. Serve quindi un carrello professionale pensato per questo tipo di carico.
In una prima ipotesi avevo immaginato di partire in Italia con il trailer che già possiedo, usandolo come banco-prova e prevedendo un eventuale carrello professionale solo come sviluppo successivo. Ma andando avanti con la costruzione della camera obscura e con una valutazione più concreta del peso reale del setup, mi sono accorto che questa impostazione rischia di limitare troppo il viaggio fin dall’inizio.
Per questo il carrello non è più considerato uno stretch goal secondario, ma una soglia tecnica da affrontare prima della partenza italiana. Il crowdfunding dedicato al carrello viene quindi anticipato: non come accessorio opzionale, ma come condizione pratica per rendere il viaggio davvero sostenibile.
La flessibilità non è un piano B: è coerenza con la vulnerabilità scelta. Se non si trova subito la soluzione giusta, si parte lo stesso. Ma partire bene significa anche riconoscere quando una struttura tecnica va ripensata per non compromettere il senso stesso del viaggio.
Sto lanciando una campagna per acquistare un carrello cargo — Carla eCargo Maxi oppure Donkey Trailers L3 Big Basil, da elettrificare — prima di avviare la fase italiana. Non è soltanto una scelta logistica: è il primo atto concreto di questa comunità in costruzione. Chi contribuisce ora entra nel progetto prima ancora che inizi.
Questa revisione nasce dall’esperienza diretta del progetto mentre prende forma. I dettagli e le motivazioni di questo passaggio sono spiegati meglio nella pagina dedicata: Sostieni il carrello.
Se non si trova un partner coerente o se la campagna non raggiungesse il traguardo minimo, si parte lo stesso senza tradire lo spirito del viaggio: ne ridurrò soltanto la rotta. Come nel 2014 – quando, mancato l’obiettivo economico, volai a Stoccolma e da lì pedalai fino a Capo Nord – questa volta potrei tagliare l’attraversamento dell’Asia occidentale e concentrarmi sul cuore della ricerca: Cina (Shangqiu di Mozi) e Giappone. Un volo cargo per bici+gazebo, poi il foro riprende strada sulle ruote. Ridurre il perimetro geografico pur di non sacrificare l’incontro, la luce, la lentezza.
Perché un sogno viaggi lontano serve anche una struttura solida: qui inizia la parte più concreta del progetto, dove logistica e poesia si incontrano per rendere possibile il viaggio.
Di seguito due tabelle distinte — una per la fase-pilota Italia 2027 (serve solo a far partire progetto, bici e gazebo) e una per la traversata 2028-29 (lancio del crowdfunding + stretch-goal carrello).
1. Budget “start-up” – Test Italia 2027 (2–3 mesi)
Finanziato con risparmi personali + prime donazioni on-the-road
| Voce | 30 giorni | 60 giorni | Copertura / note |
| Upgrade bici (freni a 4 pistoni, catena rinforzata, manutenzione generale) | 500 | 500 | sicurezza peso carrello – autofinanziato |
| Gazebo pieghevole oscurabile | 680 | 680 | autofinanziato |
| Materiale per camera obscura interna | 500 | 500 | teli, struttura in legno/alluminio, giunti — autofinanziato |
| Manutenzione e upgrade carrello che già possiedo | 400 | 400 | acquisto scatola contenitore Auer e long arm 50 cm – autofinanziato |
| 2×200 W pannelli solari flessibili + MPPT | 1 000 | 1 000 | autonomia elettrica in road-test — autofinanziato |
| Batteria modulare Li-ion 36 V 20–40 Ah | 450 | 450 | uso ibrido: backup e-bike / luci via DC-DC – autofinanziato |
| Impianto elettrico | 350 | 350 | autofinanziato |
| Materiali workshop pilota carta e chimici | 500 | 500 | prime attività con scuole/associazioni – micro-donazioni in fase test |
| Fondo emergenze piccole riparazioni | 300 | 300 | rotture, spedizioni ricambi – autofinanziato |
| TOTALE BASE | € 4 680 | € 4 680 | Autofinanziamento + donazioni |
| Cibo e generi alimentari | 450 – 750 | 900 – 1 500 | €15–€25/giorno; coperto in parte da baratto ospitalità e pasti condivisi; donazioni on-the-road per il resto |
| TOTALE START-UP | € 5 130 – 5 430 | € 5 610 – 6 180 | partenza garantita senza crowdfunding |
Nota: La voce Cibo e generi alimentari è calcolata su un range €15–€25/giorno, tenendo conto dell’uso di reti di ospitalità (Warmshowers, Couchsurfing, Trustroots, Workaway) e del baratto di pasti in cambio di attività artistiche,fotografiche o di lavoro. Il costo reale potrà essere inferiore in base alle circostanze locali.
Come lo copro?€ 4 180 di autofinanziamento + 500 € donazioni/rimborsi workshop italiani. La voce Cibo (450–750 €/mese) sarà coperta in parte da ospitalità/baratto e in parte da donazioni raccolte durante il viaggio.
2. Budget “grande viaggio” – 2028–29
| Voce | Scenario A: 18 mesi (Europa estesa) | Scenario B: 24 mesi (fino a Giappone) | Copertura / note |
| Visti, permessi, dogane extra-UE | 3 500 | 4 500 | crowdfunding base |
| Tragitti lunghi (traghetti + 1 volo cargo bici) | 1 200 | 2 000 | crowdfunding base/stretch |
| Ricambi bici e carrello (post-Italia) | 1 000 | 1 500 | donazioni, sponsor tecnica |
| Carrello professionale predisposto pannelli (stretch-goal: nuovo telaio, ammortizzatori, freno inerziale) | 4 000–8 000 | — | solo se superato target minimo |
| Pannelli solari aggiuntivi / ampliamento batterie | 500 | 1 000 | sponsor in-kind, crowdfunding stretch |
| Materiali workshop (40 tappe) | 2 000 | 2 500 | sponsor pellicole + crowdfunding |
| Alloggi d’emergenza (30%) | 3 000 | 4 500 | baratto ospitalità riduce costo reale |
| Assicurazioni assicurazioni globali + RC | 800 | 1 000 | crowdfunding base |
| Comunicazione estesa (hosting, SIM Asia, cloud) | 800 | 1 200 | crowdfunding / sponsor tech |
| Fondo emergenze (sanitarie, riparazioni straord.) | 2 000 | 3 000 | Autofinanziamento + donazioni |
| Cibo e generi alimentari (range) | 9 705 – 17 675 | 10 950 – 18 250 | €15–€25/giorno × 547 / 730 gg; ospitalità/baratto riducono il costo effettivo |
| TOTALE “BASE” (senza carrello nuovo) + Cibo | € 24 505 – 32 475 | € 32 150 – 39 450 | base tabellare € 14 800 / € 21 200 + Cibo |
| TOTALE “STRETCH” (con carrello) | € 28.505 – 40.475 | — | aggiungi € 4 000–8 000 al totale A |
Schema di copertura
Reciprocità.
Il progetto vive di economie del legame: nei contesti comunitari adotto il contributo libero o baratto (ospitalità, pasti, energia, servizi); per scuole, festival e istituzioni propongo compensi professionali e/o co-produzione; le tratte lunghe sono sostenute da crowdfunding trasparente con aggiornamenti pubblici. Comunicherò cosa porto io e cosa chiedo, in modo semplice e verificabile.
| Fonte | % stimato | Meccanismo |
| Crowdfunding (min 14 000 €) | 60–70% | lanciato 3 mesi prima della partenza 2027 |
| Donazioni e workshop itineranti | 15–20% | contanti / Satispay / PayPal |
| Sponsorizzazioni non monetarie (pellicole, hosting, componenti bici) | 5–10% | Solo i prodotti, loghi non invadenti |
| Baratto energia / ospitalità / pasti | risparmio ~5–6 k € | prese elettriche e vitto in cambio di ritratti / workshop |
| Autoproduzione e autofinanziamento iniziale | ~10% | copre start-up Italia 2027 (bici, gazebo, camera obscura, parte del vitto) |
Trasparenza.
Tutte le spese reali saranno tracciate in un foglio Google pubblico, aggiornato mensilmente: chi partecipa vede dove va ogni euro. Se le entrate superano la stima prudente, l’eccedenza finanzierà micro-borse per workshop gratuiti.
Call to Action
Una Camera Obscura a Pedali è un viaggio, una performance artistica e un laboratorio itinerante che invita a sostare e guardare il mondo con occhi nuovi, un esercizio di sopravvivenza poetica in tempi di cecità sistemica. È un progetto aperto, in ascolto, e vive solo grazie a chi lo sostiene. Senza il contributo concreto delle persone, delle comunità e delle istituzioni, la poesia resta un’idea: con il vostro aiuto diventa realtà.
Non porto risposte, ma feritoie: piccoli fori attraverso cui la luce aiuta a rivedere le mappe del reale. Non catturo immagini, le ricevo in dono: come i pasti condivisi nelle case che mi ospita. Non accumulo chilometri, sciolgo confini: perché ogni pedalata è una sutura tra occhio e paesaggio.
Ecco alcuni modi per partecipare al progetto:
- Ospita la camera obscura – apri la tua casa, la tua scuola o il tuo quartiere a un luogo di visione condivisa
- Costruisci uno sguardo – partecipa ai workshop e costruisci il tuo occhio stenopeico
- Sostieni il viaggio – con una donazione (crowdfunding, contributi liberi, partnership) che diventa energia concreta per portare luce in luoghi inattesi
- Diventa partner – istituzioni culturali ed educative possono co-produrre tappe, mostre, archivi e laboratori, uniamoci per diffondere arte e consapevolezza
- Condividi l’ospitalità – un pasto, un letto: gesti di reciprocità che alimentano il cammino
Ogni gesto conta, perché la luce è un bene comune e la meraviglia un diritto. Il tuo supporto non è solo un aiuto, ma un atto di fiducia nel potere trasformativo della lentezza e dell’incontro. Unisciti a questo viaggio per riconnetterci al mondo, pedalata dopo pedalata, immagine dopo immagine.
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#LightWithoutBorders #CameraObscuraAPedali #LentePresenze #EconomiaDelDonare
Sostenere questo progetto vuol dire accogliere un’iniziativa che riscopre il ritmo umano come pratica politica e poetica, che stimola la creatività condivisa e rafforza il legame tra comunità, territori e forme di sapere non lineari. È un’occasione per superare barriere culturali e geografiche, non attraverso la conquista, ma attraverso l’incontro, promuovendo un messaggio di sostenibilità, reciprocità e partecipazione attiva.
Come scrive Franco Arminio: “La si può esportare, la paesologia? Sperimentarla nei supermercati, nei quartieri di una capitale? Forse no, il paesaggio principale sarebbe la gente che insegue il tempo o chissà cosa, sarebbe complicato. O forse sì, perché la paesologia è anche un modo di guardare il mondo, stando a metà tra se stessi e le cose, e capire che non c’è una meta da raggiungere.”
Questa citazione mi risuona profondamente: il viaggio è un modo per custodire paesaggi — fisici e interiori — e per ricordare che, in un’epoca dominata da schermi e frenesia, c’è ancora chi sceglie di rallentare, di osservare il mondo attraverso un foro, aspettando che la luce ne riveli lentamente l’essenza. E forse, in quel foro che lascia entrare il mondo, possiamo scoprire che non è la luce ad attraversarci, ma siamo noi a diventare parte della sua traiettoria.