01 — Il Progetto
La camera obscura non inventa,
ma rivela l’invisibile già presente nel paesaggio.

Il Progetto
Fotografia, luce e paesaggio come atti di relazione.
C'è un fatto semplice e straordinario: la natura, con la sola luce, genera da sempre l'immagine del mondo — atto primordiale che precede lo sguardo umano.
La camera obscura e il foro stenopeico ci permettono di assistere a questo evento quotidiano. Non sono invenzioni complesse, ma semplici dispositivi. Attraverso un foro, in un ambiente buio, la realtà esterna si proietta capovolta e, incontrando il nostro sguardo, diventa metafora del modo in cui percepiamo e interpretiamo ciò che ci circonda.
Da queste osservazioni di Mozi sulla luce alle sperimentazioni stenopeiche di Paolo Gioli, si è intrecciato un filo luminoso attraverso epoche, culture e spazi. Con lo stesso principio ho trasformato un gazebo in una camera obscura itinerante. Quel foro viaggia in bicicletta — non per celebrare la storia, ma per riaccenderla negli incontri.
Una Camera Obscura a Pedali invita a esplorare non solo una tecnica fotografica, ma un modo di stare al mondo.
Chi sono
Come la mia storia mi ha condotto a questa ricerca
Mi chiamo Luca Baldassari, sono un fotografo e artista visivo. Il mio rapporto con la fotografia stenopeica ha radici profonde: oltre trent’anni fa, da adolescente, scoprii il potere del foro e della luce. Da allora la mia ricerca si concentra sul rapporto tra percezione e paesaggio, unendo arte, ecologia e pedagogia visiva in una pratica unica.
Nel 2014, un viaggio in bicicletta fino a Capo Nord ha rafforzato la mia convinzione che la lentezza non è una rinuncia, ma un modo per assorbire il paesaggio con tutto il corpo.
Nel 2021, a Monte Ginezzo, ho creato una camera obscura permanente grazie al sostegno de La Fabbrica Del Sole e Off Grid Farming. Quel luogo è divenuto un simbolo di rigenerazione: la luce può trasformare un luogo abbandonato in scoperta.
La camera obscura non è mai stata per me soltanto un dispositivo ottico, ma un luogo di due pratiche: politica, perché si oppone alla logica predatoria della “cattura” delle immagini; e poetica, perché accetta che la bellezza emerga dall’incontro tra la luce, i limiti del dispositivo e i nostri stessi limiti di percezione e di controllo.


Entrare nella camera obscura significa abitare per un
momento l’immagine del mondo.
Perché lo faccio
Per riattivare la meraviglia e la responsabilità che nascono quando la luce diventa relazione
Viviamo in un tempo in cui la relazione tra umano e non umano è spesso compromessa. Nel tentativo di dominare e catturare, il nostro sguardo ha separato invece di unire. La camera obscura ci consente di rivedere le mappe del reale attraverso piccoli fori — vere e proprie feritoie — aiutandoci a rigenerare il dialogo con l'ambiente attraverso una pratica del guardare non invasiva.
È un atto filosofico radicale: sostituire il paradigma della rappresentazione con quello della relazione.
La vulnerabilità è un principio del mio metodo. Accetto tempi lunghi, errori e condizioni non controllabili: il foro non "mette a fuoco", invita a mettere a fuoco noi. L'imperfezione non è scarto, ma traccia di una relazione con il mondo. Se il vento muove la macchina o la pioggia lascia tracce sulla carta, diventa "il ritratto del vento" o "la firma della pioggia".
La luce non cattura: interroga. Trasforma la fotografia in un atto di presenza, dal possesso alla partecipazione.
Questo viaggio è anche resistenza politica. Si nutre di un'economia di reciprocità che restituisce storie a ogni chilometro. Bicicletta e camera obscura praticano uno scambio leggero: resistono alla logica del consumo, preferiscono la presenza al possesso, ci riconnettono a una rete di relazioni.
La bicicletta non è solo un mezzo, è un dispositivo di pensiero che non consuma paesaggi, li abita. Per coerenza con questa prospettiva capovolta è il mezzo ideale: abbastanza lenta da restare in ascolto, leggera quanto basta per non schiacciare il paesaggio.

La camera obscura è costruita.
Il viaggio può cominciare
Le radici storiche
Un filo luminoso che attraversa epoche, culture e spazi — testimoniando la costante ricerca umana di dare forma alla meraviglia.
V sec. a.C.
Shangqiu, Cina
Mozi
I mohisti furono tra i primi a descrivere il fenomeno della camera obscura. Le loro osservazioni, contenute nel Mo Jing, documentano come la luce passando da un foro in una stanza buia proietti l’immagine del mondo capovolta.
“L’ombra si forma quando la luce è ostacolata. Se la luce passa da un foro in una stanza buia, l’immagine esterna appare capovolta.”
XI sec.
Bassora, Iraq
Ibn al-Haytham / Alhazen
Alhazen trasformò la camera obscura in un vero laboratorio ottico, contribuendo alla nascita del metodo scientifico. Nel Kitāb al-Manāẓir dimostrò che la visione avviene per raggi luminosi che entrano nell’occhio.
“Se la luce del sole entra in una stanza buia attraverso un foro, si forma un’immagine rovesciata sulla parete opposta.”
ca. 1490–1515
Firenze, Italia
Leonardo da Vinci
Leonardo usò il principio della camera obscura per studi anatomici e prospettici, rivoluzionando la rappresentazione dello spazio. Nel Codice Atlantico descrive l’esperimento con semplicità disarmante.
“Fa bucho in una carta et quella ponga al sole: vedrai li obietti colla loro figure infra la casa, ma capovolti.”
1604
Praga
Johannes Kepler
Kepler coniò il termine “camera obscura”, spiegò l’inversione retinica e progettò le prime camere portatili con lente. Nel Ad Vitellionem Paralipomena stabilì il collegamento definitivo tra l’occhio e il dispositivo.
“L’immagine appare rovesciata sulla parete, proprio come nell’occhio umano.”
1970–2020
Polesine, Italia
Paolo Gioli
La pratica stenopeica di Gioli ha riattivato la valenza politica e corporea del foro, trasformandolo in un gesto radicale. Per lui, la macchina stenopeica era un’estensione del corpo — non uno strumento di cattura, ma di relazione.
“Una ferita-occhio primordiale che accoglie il mondo senza mediazioni meccaniche.”